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Archive for the ‘sonno’ Category

il venerdì mattina volge al termine. guardo l’ora e penso, dai annette: l’ultimo sprint. l’ultimo scatto che mi porterà dritta tra le braccia del venerdì sera casalingo, uno dei miei momenti preferiti della settimana, uno dei miei pensieri felici quando cerco di volare come peter pan.

che incanto preparare la cena con tutta la calma e la pigrizia che si vuole, sapendo che si può anche mangiare tardi, e andare a letto ancora più tardi, perchè il mattino dopo la sveglia non verrà a toglierci il piumone di dosso. che sublime beatitudine sabato mattina svegliarsi naturalmente, senza obblighi, e poi palugare a nanna e  in giro per casa sorseggiando una tazza di caffè profumato e caldo, come se non ci fosse niente al mondo.

e poi uscire, fare una passeggiata, comprare un libro da adriano, bere un caffè ma al med però, che lì lo fanno buono, non come da quelli lì.

comprare i giornali, quelli veri, quelli di carta, e leggerli senza accendere un monitor luminoso.

aver tempo per tutte le attenzioni che ci piace riversare sui nostri cari e che a volte, durante la settimana lavorativa, per varie ragioni dobbiamo rimandare.

e poi cose semplici, mica niente di speciale. ma la vita è soprattutto questo, le cose che non escono dall’ordinario. i piccoli momenti condivisi. sono questi che costituiscono la vera intelaiatura della nostra memoria e della nostra vita.

pelare un mango maturo e mangiarlo una fetta per ciascuno. fare dei crostini tiepidi e mangiarli davanti alla partita (quest’anno ho potuto ricominciare a farlo: l’anno scorso mangiare davanti alla juve mi bloccava l’appetito). fare una partita a cluedo (gioco vintage, non ve lo ricordate sicuro) ed esultare smodatamente per la vittoria. parlare coi conduttori dei programmi televisivi come se potessero sentirci (spesso per ingiuriarli) e poi ridere tra di noi. vedere che non piove più e decidere che ci va di mangiare in centro.

adesso è ora.

vi lascio a godervi l’imminente fine settimana su una nota buffa. il signor don sammons si è trovato a restare l’unico abitante della ridente cittadina di buford, wyoming  e ha deciso di metterla all’asta, base di partenza 100.000 dollari. che per un terreno di 40 kmq, una casa da tre camere con garage, l’edificio della posta e un’antenna della società telefonica union wireless funzionante e che produce reddito, non è un cattivo affare, forse. tanto è vero che le offerte hanno cominciato ad arrivare da tutto il mondo.

poverino. lì tutto solo, senza nemmeno un baretto per il caffè e una pizzeria…che fine settimana era???? 🙂

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perdonate la lunga assenza, dovuta a un brutto raffreddore, ai viaggi e agli strapazzi che l’hanno trasformato in una bronchite e alla cura della suddetta 🙂

chi di noi fa un lavoro che lo porta a viaggiare parecchio durante l’anno ha sicuramente già fatto amicizia con l’entusiasmo di chi invece ha occupazioni più legate al suo territorio, e si dipinge nella mente queste trasferte di lavoro come delle avventure da mille e una notte. dite la verità, quante volte vi hanno detto “beato te che giri sempre in tutto il mondo”? se oltre a dirmelo, ognuno degli entusiasti mi avesse dato anche un centesimo, in questi quindici anni e passa avrei messo da parte almeno il necessario a un upgrade in prima classe per il volo monaco-hong kong 🙂

e in parte non hanno mica torto: viaggiare è sempre e comunque un valore aggiunto. se non altro un valore aggiunto per la tua esperienza, per la tua forma mentale, per la tua visione della vita. aprirsi alle diversità, affrontare vittoriosamente qualche inevitabile disagio, risolvere i contrattempi potendo contare solo sulle proprie risorse e spirito d’iniziativa, adattarsi all’inevitabile riuscendo a volte anche a trovarci del buono in fondo in fondo, queste sono caratteristiche che dividono noi viaggiatori tout court dai viaggiatori/vacanzieri. noi del posto corridoio e mai finestrino, per intenderci 🙂

del capitolo trasporti magari parleremo un’altra volta, adesso mi va di condividere con voi le poche cose che ho imparato sugli alberghi, sul servizio al cliente e sul lusso o sul non lusso. e magari, se ne avrete voglia, voi mi direte quelle che avete maturato voi…

partiamo dal fatto che lo stile dell’arredamento di un albergo, dopo tutti questi anni, per me è diventato del tutto irrilevante.

non ho preferenze. in una certa misura arrivo a confessare che, a meno che non sia uno di quegli anacronistici hotels tutti pizzi e trine stile principessa sissi (nel qual caso mi sale un po’ l’insofferenza, ahimè) è una cosa che noto lo stretto necessario. so di dare un duro colpo agli interior designers che studiano notte e giorno stratagemmi e ammennicoli con cui rendere ogni hotel sempre più all’avanguardia e, come direbbe zoolander, figoso… ma se ne facciano una ragione: faccio parte di quei viaggiatori per i quali una stanza d’albergo è un posto che contiene un letto dove tornare a rifugiarsi dopo il lavoro, e un bagno per fare la doccia e la pipì (in due attrezzature distinte, grazie).

premesso questo, quindi, ci si potrebbe chiedere che cosa per me costituisca la misura del lusso nel valutare l’alloggio dove decido di appoggiarmi.

come dire, se non consideri lusso le toiletries di acqua di parma nè le lampade di philippe starck, che cosa lo è?

vi faccio un primo piccolo elenco, le altre verranno man mano 🙂

1. una stanza d’albergo che per terra non sia foderata di moquette per me è un lusso impagabile.

odio la moquette, la sua sensazione sintetica sotto i miei piedini e la sporcizia che si porta sempre dietro. che ci crediate o no, probabilmente per venire incontro ai clienti allergici agli acari in costante aumento (i clienti allergici, non gli acari. o forse entrambi), moltissimi alberghi e residences si sono ormai attrezzati con pavimenti in parquet, e ce ne sono veramente per tutte le tasche, anche quelle con un budget piccolino.

2. uno staff amichevole e desideroso di esserti utile è quello che fa davvero la differenza. e anche qui mi tocca dire che il numero di stelle dell’hotel non è di per sè una garanzia nè in positivo nè in negativo.

ho dormito in alberghi di lusso dove il personale era poco cortese, poco disponibile e non mi ha fatto venire voglia di tornare. ho dormito in pensioni in cui lo staff si è fatto in quattro per risolvermi qualsiasi difficoltà. e ho dormito nel contrario di una e anche dell’altra.

come spesso accade, sono le persone a fare la differenza, e con quanto amore fanno il loro lavoro, qualunque esso sia.

mi ricordo una domenica che sono arrivata verso le 16 (era inverno, era già buio) a milano, venivo da qualche altra parte, ora non mi ricordo, forse dal piemonte. non era mia intenzione fermarmi lì ma per qualche motivo lo dovetti fare. presi una stanza in un hotel e mentre ancora ero alla reception spiegai il mio problema. “mi rendo conto che è domenica e che il vostro servizio lavanderia è probabilmente chiuso, ma ho avuto un contrattempo, devo restare qui e gli unici vestiti che ho sono quelli che indosso. se salgo e mi metto l’accappatoio e ve li affido questa notte, sareste in grado di lavarli e riconsegnarmeli puliti domattina?”

risposta:”sì”.

ecco.

3. capisco che le strutture alberghiere sono state quasi tutte progettate e costruite in tempi in cui il cellulare neanche esisteva. non prevedevano che ogni ospite avrebbe avuto bisogno di ricaricare come minimo uno smartphone, ma spesso anche un laptop. o un ipad. se ha viaggiato in aereo o in treno forse anche il suo ipod. e quindi il lusso sono diventate tre spine della corrente tutte nei pressi del letto. così se ti fai svegliare dal tuo fedele iphone non devi necessariamente scapicollarti in bagno alle 7 quando la sveglia suona, visto che l’hai potuto mettere in carica unicamente nella presa per il rasoio. un’alimentazione per l’ipad vicino al letto mi permetterebbe di leggermi in santa pace i giornali italiani prima di dormire o appena sveglia anche se a mosca o a toronto. che poi, sinceramente, catene alberghiere, che vi costa? non penso sia quello che vi manda in bancarotta, con quello che costano le stanze d’albergo…

4. basta coi bicchieri di plastica in bagno. non lo reggono lo spazzolino da denti, cade tutto, possibile che non ve ne rendiate conto? piuttosto mettetene uno di vetro lì e lasciate in plastica quelli del frigobar, che tanto lo sappiamo benissimo che se li mettete di vetro non li lavate mai nella lavabicchieri bensì la governante li sciacqua sotto il rubinetto del bagno e poi li asciuga con l’asciugamano (sempre del bagno) e li rimette al loro posto come fossero puliti. ci avete presi per tonti? prima o dopo ognuno di noi passengers vi ha viste farlo.

e voi??? me li mi dite i vostri criteri della comodità alberghiera????

pavimento in legno in un residence

prese di corrente, molte, infinite utili prese di corrente!!!

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qualche giorno fa ho letto una riflessione del giornalista (quasi perfetto, come recita un suo libro) david randall, il quale sostiene che dentro ognuno di noi esista uno “scrittore interiore” e che gli dovremmo lasciare più campo libero.

vi sintetizzo il pensiero randalliano: dovete scrivere su un determinato tema? bene, studiate l’argomento e fate le opportune ricerche. poi leggete il materiale che vi siete procurati. leggetelo finchè i punti fondamentali non si saranno impressi nella vostra mente (i dettagli no, quelli lasciateli a parte).

a quel punto tutto quel che vi resta da fare sarà tenere al guinzaglio il vostro io cosciente, perchè è lui quello che interromperà il flusso del vostro filo di pensieri, danneggiando il risultato finale della vostra scrittura.

per di più lo farà soltanto  per preoccuparsi delle scadenze. o per angosciarvi con la fretta costringendovi magari a scrivere prima che lo scrittore interiore si senta pronto per farlo. o per controllare e ricontrollare nomi, date e altri dettagli che potrebbero essere verificati ed eventualmente andare al loro posto anche in un secondo, terzo momento.  dopo la vera e propria ideazione del testo, che la parte inconsapevole di noi è in grado di portare a termine in modo più naturale e più brillante rispetto alla nostra cavillosa parte cosciente.

leggevo e pensavo al modo in cui generalmente mi comporto quando ho un problema da risolvere. mica apposta, eh? spontaneamente.

se sto a un bivio e non so che sentiero prendere. se sto a un gigantesco incrocio e faccio fatica a capire in quale (o quali) delle mille direzioni mi devo incamminare, solo una cosa non fallisce mai.

dormo.

giuro, dormo. come un sasso. e quando mi sveglio, nove volte su dieci ho in mente, chiara, risplendente e ovvia come avrebbe dovuto sempre essere, la risposta che mi serve. mi succede in ciò che riguarda me, e a volte anche con le persone care.

chissà se se lo ricorda il mio amico scalet, quella mattina che l’ho chiamato alle nove per non rischiare di dimenticarmela, la soluzione ad un suo momento di difficoltà professionale.  dopo che la nottata me l’aveva regalata, così.

dormire mi trasforma in una macchina risolvi-problemi. un dispenser di soluzioni del genere bottepiena-moglieubriaca. randall convive con il suo scrittore interiore; io con winston wolfe, uno dei più riusciti personaggi creati da quentin tarantino.

come dare torto a randall, del resto?

“infine, se dubitate della forza e dell’abilità del vostro scrittore interiore, permettetemi di chiedervi quante volte avete lavorato fino a tarda notte, scrivendo e riscrivendo, andando a letto insoddisfatti del risultato, e poi, al mattino, vi siete svegliati, vi siete seduti alla scrivania, e avete scoperto che il vostro cervello aveva miracolosamente elaborato il materiale mentre dormivate. il vostro cervello pesa solo un chilo e mezzo, ma ha tra i 90 e i 120 miliardi di cellule neuronali. forse è ora di lasciare che facciano il loro lavoro senza indebite interferenze da parte del vostro io cosciente.” (david randall)

amen, fratello. è esattamente così.

i'm winston wolfe. i solve problems.

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mica mi invento nulla: è farina dell’american association for the advancement of science che lo ha attestato. contro ogni nostra immaginazione, vero? perchè ciascuno di noi, credo, se entrasse in una caverna e vi scoprisse un orso ibernato che dorme dopo aver trovato rifugio lì, come prima reazione credo che cercherebbe di battersela facendo il minor rumore possibile per non svegliarlo. un po’ una fuga stile pantera rosa 🙂

buone notizie, amici delle caverne: se vi doveste trovare nella suddetta circostanza, non c’è alcuna fretta.

a quanto risulta, dagli studi presentati al meeting svoltosi a washington dell’aaas (american association…eccetera eccetera), seppur destato, all’orso yogi servirebbero comunque almeno tre settimane sane sane per potervi inseguire ed eventualmente divorare. tanto gli ci vuole per recuperare al risveglio la sua completa funzionalità. ne “stacca” infatti il 75%.

già me li immagino quei simpaticoni dell’aaas mentre se la raccontavano e sbeffeggiavano il povero plantigrado insonnolito. vergogna! abbiate comprensione per chi ha un risveglio un po’ rallentato!

io, ad esempio, punto la mia sveglia in modo da garantirnìmi una mezz’ora di tempo per schiacciare il bottone snooze e tirare qualche piccolo ruggito di protesta. ok, forse qualcosa più di mezz’ora.

quindi li comprendo molto bene, e mi ergo a paladina dei grizzly e dei marsicani, dei polari e dei kodiak. estremo rispetto per tutti gli orsi! 🙂

e voi, da che parte state? quando il sole sorge schizzate in piedi come grilli e cominciate a cantare come galli? o siete tra quelli che, come me e i teddy bears, per riaffiorare a galla hanno bisogno di un po’ di pazienza? 🙂

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