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Archive for the ‘pensieri’ Category

sono dieci giorni, eh, che vi sentite fare auguri di buon anno.

dieci giorni minimo: perchè i temerari che sfidano l’opinabile, ma non per questo meno legittima, superstizione altrui e cominciano a far gli auguri di buon anno prima che il vecchio sia finito non mancano mai. un po’ come gli ebeti che si feriscono coi botti. tra l’altro, entrambe categorie che proliferano alla fine dell’anno, chissà se c’è un motivo.

ho accumulato dalle persone a me care (e anche da alcuni imbucati con i quali la confidenza è minore di quanto sembrino pensare) auguri di ogni bene, di felicità, di amore (vi piace vincere facile, bravi. sapete di poter contare sul fatto che sono innamorata fracica), di salute e prosperità (uno addirittura di “prosperosità”. forse mi augura di farmi una mastoplastica additiva). di successo, di serenità: roba che se si avvera anche solo il 5% io sto a posto tutto l’anno.

e poi mi sono chiesta: fatti salvi questi auspici, che sono senza dubbio quelli basilari per un anno felice (e ringrazio gli auspicianti con tutto il cuore ricambiando vos meilleurs voeux), che cosa posso augurare io? a me stessa e agli altri.

la prima cosa che auguro è di essere circondati in questo nuovo anno da amici-da-giorni-belli.

sfatiamo i luoghi comuni, non è vero che i veri amici si vedono nel momento delle difficoltà. la mia esperienza mi dice che molta gente trova assai più facile e appagante starti vicino quando soffri; li fa sentire generosi e in quel frangente, parliamoci chiaro, non costituite una minaccia alla loro autostima. offrirvi una spalla per loro è più rilassante che battervi un cinque alto quando una cosa vi va dritta. perchè l’invidia è una brutta bestia.

ma se avete un amico che è in grado di gioire con voi in modo autentico, perchè il vostro bene è la sua felicità, beh potete credermi, non vi volterà le spalle nelle giornate di pioggia.

perciò auguro a me e a voi tanti amici da momenti felici. e tanti momenti felici per poter godere dell’esistenza dei suddetti  🙂

la seconda cosa che auspico è una mente aperta e pronta ad accogliere le sfide.

tra i topolini di spencer johnson non voglio essere uno di quelli che muoiono di fame perchè il loro formaggio è stato spostato, o che si sfiniscono a furia di lagnarsi perchè non lo trovano più. ti prego, anno nuovo: aiutami ad essere uno di quei topolini che aguzzano le narici (lo so, di solito si aguzza la vista ma si potrà ben aguzzare anche l’olfatto no???? del resto qui si parla di formaggio, e un pezzo di camembert è più facile odorarlo che vederlo) e trovano nuove fonti di vita e di soddisfazione.

terzo ed ultimo augurio: che la mia (e vostra) parola sia sacra, che l’etica sia la nostra misura, che la coerenza (occhio, non la pervicacia) guidi ogni nostro passo.

anno nuovo, aiutami non avere mille pesi e mille misure. a rappresentare una certezza per le persone che amo, e anche per gli imbucati.

a essere il tipo di donna di cui il mio celeste creatore un po’ si bulli, quando parla con altri, o almeno non se ne vergogni.

ah, e un’ultima cosa.

anno nuovo, ti prego, fai in modo che non debba più vedere uomini che vanno in giro con la giacca e le scarpe da ginnastica.

sei un tesoro,  grazie!!!!

buon anno a tutti

buon anno a tutti

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non mi piacciono le svendite.

non ho niente contro gli sconti, eh, anzi. ma non sono una compratrice qualunquista.

intendo: se mi serve una camicia o un paio di scarpe, non soltanto la taglia giusta è fondamentale (e vorrei vedere, direte voi) ma non transigo neanche sul colore dell’oggetto dei miei desideri. se un paio di scarpe mi piacciono rosse, e alla svendita il mio numero è rimasto solo in verde, non le voglio, neanche se costano meno.
conosco persone invece che, incapaci biologicamente di resistere a quello che considerano un affarone, si comprano cose che non metteranno mai perchè sono troppo grandi, troppo piccole, troppo rosa fucsia o verde singhiozzo.
queste persone sono la manna dal cielo per le commesse che io definirei le irriducibili (e che mi mettono timore assai): erinni dalle unghie lunghe e miniate, con una scintilla diabolica all’angolo esterno dell’occhio, come i malvagi nei film dell’orrore. quelle che, una volta che sei entrata nel negozio, cominciano con le adulazioni e i tentativi di convincimento prima ancora che tu abbia potuto dire cosa cerchi. che bei piedi signora, starebbero benissimo con tutte le nostre scarpe, nessuna esclusa.
e che appena esci dal camerino con indosso il potenziale acquisto, si affannano, lancia in resta, ad assicurarti che no, non si nota che la gonna è due misure più grande della tua, e che il fastidioso contrattempo creato dal fatto che ti scivola giù dai fianchi alle caviglie al minimo movimento, si può risolvere muovendosi pochino.
alla svendita le decolleté che volevi hanno il numero giusto e il colore sbagliato, o il numero sbagliato e il colore giusto, o il numero e il colore giusti ma del paio di scarpe una non la trovano più, mannaggia. costringendo l’irriducibile, con un triplo carpiato, a suggerirti che se ti risolvessi a girare su una gamba sola tipo chichibio e la gru, oppure ad amputarti un piede, nessuno ci farebbe poi molto caso.

insomma, non vado alle svendite per non essere graffiata da un’irriducibile, e per non essere messa in tentazione di spendere male i soldi.

senza contare che se qualcosa che ho comprato a inizio stagione loro hanno poi deciso di scontarla del 50%…beh, lo ammetto, preferisco non saperlo 🙂

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nella quale il deus ex machina scende al centro del giardino, risolve la querelle e pronuncia il verbo.

eravamo rimasti qui, al punto in cui decidiamo di interpellare un addestratore che ci aiuti a non fare scelte bislacche.

se è vero che ogni cane è un individuo a sè, e ha un carattere del tutto unico,  se anche è vero che molto della personalità della bestiola si plasma sul suo padrone e sulle sue peculiarità,  è però altrettanto innegabile che esiste di fondo una predisposizione che ha a che fare con la razza di appartenenza. per il semplice fatto che le razze sono state selezionate, alcune da tempi immemori, altre più recentemente, per svolgere una determinata funzione, un lavoro, una missione, un supporto al proprio umano di riferimento. non affidereste un cieco a un terrier, giusto? (ce l’ho avuta una terrier, lo so 🙂  ) come sicuramente chi ha selezionato il bobtail non intendeva impiegarlo per le battute di caccia nella tana.

e quindi abbiamo telefonato a un giovane esperto. che è venuto a casa nostra, ha esaminato il giardino e ha parlato con me (fede, ma pensa un po’, non c’era).  è stato parecchio illuminante parlare con chi per sua vocazione da molti anni insegna i giusti comportamenti ai cani, anche quelli con funzioni decisamente delicate e di responsabilità, come quelli che assistono i malati di certe patologie, o che sono d’aiuto alle forze dell’ordine nelle indagini .

mi ha fatto millemila domande. ho cercato di rispondere in modo più trasparente possibile (per non inficiare il suo responso), magari qualche volta posso al limite aver nominato il border collie. ma una o due volte, non di più. o tre. posso aver detto che il rhodesian ridgeback deve soffrire molto il mal d’africa, poveretto. un po’ come i calciatori brasiliani e la saudade.

morale: ad un certo punto l’addestratore mi dice che ha chiara la situazione. e mi dipinge un bel sorriso in volto dicendo che il rhodesian ridgeback difficilmente è il cane giusto per noi. peccato, dico io, mannaggia…e penso, evvai border.

altrettanto deve togliersi dalla testa di diventare la padrona di un border collie, prosegue lui, spegnendo i miei sogni di gloria. a meno che, continua, lei non abbia voglia, una volta rientrata dal lavoro la sera, di passare un’ora a lanciare frisbee prima di cena…ma se la sua idea di “prima di cena” è stravaccarsi con un bel libro e avere il proprio cane stravaccato (senza libro, e soprattutto senza frisbee) lì in zona, beh, lei un border collie lo fa morire di noia.

dupalle, questa!!! dov'è il frisbee?

dupalle, questa!!! dov’è il frisbee?

siete dei perfetti padroni di labrador: un cane che ama l’attività col suo umano, ma pure il relax, sempre col suo umano.

mi si apre un universo. comprendo finalmente il senso di tutto. chiudo gli occhi e mi vedo correre in mezzo ai papaveri (che non sono riuscita però a far nascere e ho dovuto sostituire nel sogno con dei fiori gialli più semplici) con una golden retriever, due bionde capellute e sorridenti in mezzo al sole.

un pezzo del film che mi ero autoproiettata sul golden retriever

un pezzo del film che mi ero autoproiettata sul golden retriever

a quel punto informo mio marito del verdetto e lui, contentissimo, mi dice, fantastico, tesoro. mi piace il labrador. un bel cane robusto e di buon carattere, col pelo corto e adatto alla vita di famiglia.

pelo corto?

chi ha parlato di pelo corto? no, fede, no, ti prego. non mi piacciono i cani col pelo corto. mi sembrano ignudi. no, dai, non scherzare. ovviamente noi vogliamo il golden, giusto?

lui ci prova solo per formalità. mi dice annette dai, poi sta in giardino, poi piove, si bagna, tu non ce l’hai il tempo di pettinarlo tutti i giorni. ma lo sa che è inutile.

fa come fa di solito: finge di disinteressarsi della cosa, e poi sferra l’affondo.

in questo caso mi manda una foto di un cucciolo di labrador color cioccolato (che la mia amica anna mi aveva già mostrato una volta, un po’ di tempo prima…). io lo guardo, e il golden manco me lo ricordo più. golden chi? non c’è dubbio, questa è la mia canella. (e lui porta a casa, come sempre, il risultato finale. non ci sono santi, io a volte neanche me ne accorgo ma se ci vado a riguardare, nel 90% dei casi i tre punti li vince mio marito).

la foto da poco ribattezzata "alea iacta est"

la foto da poco ribattezzata “alea iacta est”

a quel punto l’unica difficoltà è stata localizzarla, dal momento che i labrador davvero diffusi sono i biondi e al limite i neri, ma i cioccolatini a quanto pare li amano in pochi… 🙂

per farvela breve, e visto che un’immagine vale più di mille parole, ecco…la signorina latash graziani 🙂

fra 2 giorni compie il primo mese <3

fra 2 giorni compie il primo mese ❤

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ragazzi, ma chi se l’immaginava che cambiare casa sarebbe stato un delirio del genere? vi chiederete se le mie amiche che avevano già affrontato quest’impresa non mi avessero avvertita. certo, che l’avevano fatto. ma ho mai ascoltato un avvertimento in vita mia io???

che poi, in tutta sincerità, meno male che non ho dato retta agli allarmi delle traslocate. perchè altrimenti forse ci sarebbero riuscite a scoraggiarmi. mentre adesso, dopo essere diventata isterica, disperata, dopo aver pensato che non ce l’avrei mai fatta, e poi una settimana dopo gioire che ce l’avevo finalmente fatta, e la settimana seguente accorgermi che mi era solo sembrato e che no, non ce l’avrei mai fatta…insomma ora viviamo felici nella nostra casa che trabocca amore.

ancora mobili non ne trabocca. ma quelli arriveranno con calma 🙂

abbiamo una bat box, nella speranza di attrarre pipistrelli che divorino 2000 zanzare a notte, ma mio marito me l’ha boicottata mettendola in un punto assolutamente inaccessibile anche per un pipistrello anoressico.

ma c’è un altro epocale cambiamento che abbiamo deciso di affrontare.

ci piacerebbe che il nostro piccolo (ma grazioso) giardino  diventasse il regno di un quadrupede peloso (eccetto per l’angolo dove fede ha piantato i pomodori, che se il suddetto quadrupede li danneggia sono guai seri. mi sa che metterò un cartello con un disegno di un canetto che sta lontano dai pomodori. le indicazioni visive dovrebbero funzionare meglio dei divieti scritti, visto che i cani non sanno leggere).

non è mica stata una decisione veloce da prendere, comunque.

abbiamo liquidato in fretta la questione gatto/cane, dal momento che mio marito ha una marcata predilezione per i cani, e io mi trovavo nel periodo della mia esistenza più maldisposto verso i felini, a causa della ghenga di gatti randagi teppisti che imperversava (e tuttora imperversa) per il nostro quartiere sporcando dovunque.

una volta stabilito che sarebbe stato un cane, abbiamo cominciato a pensare a come lo avremmo voluto.

femmina, avevamo deciso concordi. taglia media, graziosa. e a quel punto è successo il primo avvenimento: in un giorno di pioggia ho incontrato un canetto fradicio e solo. insieme alla mia collega l’abbiamo coccolato un po’, asciugato e rifocillato e un pensiero si cominciava a formare nella mia testa. del genere, ma sarà quello che è destinato a noi????

per fare la cosa giusta chiamiamo un veterinario che cerca il microchip, non lo trova (ma guarda un po’), e quindi dice che il cane deve stare presso una struttura veterinaria per un numero x di giorni finchè l’eventuale padrone ha la possibilità di reclamarlo, altrimenti viene reso disponibile per l’adozione.

a quel punto la mia felicità è assoluta. sono totalmente sicura che non può essere stata una coincidenza, se quel canetto è arrivato davanti alla porta del mio ufficio. l’esaltazione per il segno ultraterreno mi porta anche a ignorare completamente che volevamo una femmina media e carina e stiamo per adottare un maschio piccolo e onestamente non proprio un adone. niente può fermarmi nel mio slancio salvifico del piccolo meticcio.

niente, tranne ovviamente la comparsa a sorpresa della legittima proprietaria, che se lo riporta, giustamente, a casa.

bene, diciamo noi,  dopo aver asciugato una mini lacrimuccia (anzi due, una pure graziani). siamo contenti per patacca. ora però, ce ne cerchiamo uno tutto nostro. niente padroni che poi suonano campanelli e reclamano diritti (tra l’altro sacrosanti).

a quel punto, ci scateniamo nell’immaginarci il cane dei nostri sogni. fede si immagina in giardino con un rhodesian ridgeback. io sogno di passeggiare in mezzo alle margherite con un border collie, che oltre ad essere un cane di rara intelligenza è pure bianco e nero quindi della juve, il che ci riporta alla rara intelligenza. fede si insospettisce davanti alla foto del border: i tifosi antijuventini hanno un’inspiegabile tendenza ad attribuire a noi bianconeri sempre qualche sotterfugio. io manco me n’ero accorta che il cane era bianconero. 🙂 e quindi tende ad opporsi (fede al border, non il border a fede, almeno, non che io sappia).

la discussione dialettica prosegue per un po’ finchè io ho la geniale idea: fede, perchè non parliamo con un addestratore di cani? loro hanno esperienza di tutte le indoli, magari ci può dare un buon consiglio per il bene del cane e per il nostro.

vi siete addormentati? posso proseguire?

il rhodesian che piace a fede

il rhodesian che piace a fede

il cane più intelligente che ci sia

il cane più intelligente che ci sia

 

 

 

 

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recentemente mi è capitato di riflettere su ciò che si definisce “politicamente corretto”.

su come ad un certo punto nella storia si sia stabilito che non era più accettabile che i termini preposti a definire una qualsiasi minoranza  contenessero implicitamente un giudizio di valore sulla stessa, generalmente negativo. il lodevole intento ebbe origine, come è facile indovinare, negli stati uniti d’america, la culla che ospita ogni genere e forma di minoranza sul pianeta, nella prima metà del 1900. fu il momento in cui i termini “negro” e “nero” furono sostituiti da “afroamericano” o tutt’al più “di colore”.

da allora il politicamente corretto ne ha fatta di strada, sia dal punto di vista geografico (si è sparso un po’ in tutto il globo), sia ampliando i confini della sua azione.

la critica che più di frequente viene mossa a questo approccio linguistico, è di essere, appunto, squisitamente linguistico, e quindi superficiale, di facciata, addirittura a volte offeso come ipocrita. sono profondamente in disaccordo con questa visione. dissento completamente da chi afferma che il linguaggio che si adopera sia una parte superficiale di ciò che siamo e del nostro vissuto. sono davvero convinta che le regole che ci diamo per parlare meglio, col tempo ci portino anche a pensare meglio, e in ultima analisi a vivere meglio ed essere persone migliori.

perciò credo che l’azione svolta dal politicamente corretto abbia avuto una grande importanza: forse non staremmo qui a discutere (e sempre troppo se ne discute e poco si fa) dei diritti delle coppie gay se non si fosse arrivati a stabilire che chiamare froci, finocchi, recchioni e tuttilrestappresso gli omosessuali non era rispettoso della loro dignità. la parola gay, o omosessuale, non lo sottovalutate, ha avuto il suo peso nei piccoli passi avanti che sono stati fatti.

poi, come spesso accade, i paladini di questa dottrina non sono riusciti a capire il giusto limite. hanno cominciato a trovare termini neutri anche per sostituirne alcuni che non erano minimamente offensivi. facendo in questo modo i 360 gradi della ruota e diventando loro i discriminatori. perchè, quale ragione ci potrà mai essere di cercare un modo diplomatico di definire uno stato se quello stato non è considerato negativamente?

mi spiego meglio. davvero pensiamo che un cieco si senta ghettizzato dalla parola che definisce la sua patologia? e che sentirsi chiamare “non vedente” lo faccia sentire meglio? hmmm. ho qualche dubbio. penso piuttosto che un cieco in italia si sentirebbe meno vittima della sua condizione se invece che concentrarci su come chiamarlo, ci attrezzassimo a livello infrastrutturale per far sì che fosse un filino più semplice per lui (o lei) condurre una vita normale. tanto per dire, eh.

operatore ecologico, addetto cimiteriale, collaboratore scolastico. siamo proprio sicuri che il problema stia nel termine, e non nella testa di chi usa il termine “bidella” come termine di paragone della pochezza di risorse intellettuali e di cultura, opposto a “deputate”? (grazie, onorevole finocchiaro. tra l’altro il parco-deputate che vede quando si guarda attorno dovrebbe farla riflettere).

il troppo stroppia, secondo me. e rovina anche quel tanto di buono che c’è stato.

per la cronaca, vorrei mettere allo studio coatto tutti quegli ebeti che hanno accusato il film di quentin tarantino, django unchained, di essere un’apologia dello schiavismo. buffoni. ridicoli. quel film è l’esatto opposto. e sapete su che cosa fondano la loro critica? sul fatto che nel corso dello svolgimento dell’azione spesso e volentieri si sente usare il termine “nigger”, negro. signori della corte, il film in questione è ambientato negli stati del sud durante lo schiavismo. esattamente, come pensavate che li chiamassero, “signor afroamericano”?

ma non voglio difendere quenti, non ne ha bisogno. se gli rompono le scatole lui si gira e gli spara, come de niro a bridget fonda in quella meravigliosa scena di jackie brown… 🙂

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guidare in autostrada è per definizione il tipo di guida che più distende i nervi e rilassa. niente continui stop and go come nei centri abitati che, giocoforza, sono costretti a utilizzare semafori e rotonde. niente pedoni che, lebensmüde, si lanciano in modo pirotecnico davanti alle tue ruote ignare. nessun bisogno di fare attenzione a sensi unici e incroci. insomma, a meno che non abbiate beccato un’autostrada gremita  all’ora di punta, guidare qui è oggettivamente più riposante.

se mi guardo indietro e cerco nella mia memoria i ricordi in cui ho percepito maggiormente la sensazione di tranquillità ed equilibrio devo ammettere che in alcuni di questi mi trovavo alla guida della mia adorata vettura in autostrada. tanto quanto le mie rimembranze di stati d’animo pugnaci e forcaioli hanno spesso come sfondo il traffico in città 🙂

epperò. c’è sempre un però.

c’è sempre qualcuno che riesce ad avvelenarti anche le gioie semplici. qualche malvagio  che infila un granello di sabbia nell’ingranaggio-equilibrio delicato del pilota alla guida, rompendo l’incantesimo della sua imperturbabilità.

avete presente quando state guidando su un’autostrada poco trafficata, e il sole si riflette sul vostro parabrezza, e il motore fa un rumore che è talmente liscio da sembrare assenza di rumore, e l’aria col viso non la fendete solo perchè siete dentro all’abitacolo, ma la sensazione di fenderla ce l’avete? ecco, solo un marrano può rovinare quel momento. epperò, come dicevo, di marrani è pieno il mondo.

a beneficio dei marrani, e a rischio di scrivere queste cose solo per gli occhi di coloro ai quali non servirebbe dirle (perchè i marrani sono troppo occupati a infestare le autostrade per leggere), lasciate che io possa sottolineare un paio di punti.

 

regola numero uno della guida autostradale.

si corre sulla corsia libera più a destra.

questo non è un consiglio: è la legge.

viaggiare per sfizio sulla corsia di mezzo è stupido, irritante e, quel che è peggio, pericoloso. eppure avete fatto caso a quanti automobilisti lo fanno? provate a fare anche solo una cinquantina di chilometri su una qualunque delle nostre strade a scorrimento veloce: vi renderete conto che è quasi la norma.

mi chiedo se non si rendano conto dei pericoli che causano. chi rispetta il codice della strada e sopraggiunge sulla loro destra, nel caso volesse sorpassarli si trova a dover scegliere tra due alternative, entrambe non prive di rischi.

possibilità numero uno,  procede dritto sulla sua corsia ignorandoli e, badate bene, non commettendo alcuna infrazione in realtà. il codice vieta il sorpasso a destra, non il superamento.

possiamo sindacare sulla saggezza di questa manovra, che mette a repentaglio in ogni caso la sicurezza visto che impedisce l’eventuale rientro in corsia di destra al marrano, qualora improvvisamente ritrovasse il lume della ragione. ma non sulla sua legalità dal punto di vista delle norme della circolazione. e se per caso siete il marrano,  e state leggendo,  e pensate che chi vi sfila via a destra è uno stronzo, chiedetevi come ha fatto lo stronzo a trovare spazio e chi tra di voi sia davvero nel posto sbagliato.

possibilità numero due, dalla corsia di destra l’automobilista corretto circumnaviga il marrano come un moderno vasco de gama,  e con un uno-due chachacha passa prima sulla sua stessa corsia, poi, con un balzo felino, sulla terza.

manovra carica di possibili rischi quanto un nuvolone grigio di possibile pioggia.

un paio di settimane fa ho perfino fatto la prova del nove. a ognuno dei marrani che incontravo, mi piazzavo dietro di lui e facevo i fari. pensavo, forse si è distratto, vedendo i fari comprenderà di essere al posto sbagliato e si sposterà. volete sapere quanti si sono spostati in 300 chilometri? uno.

signori, utilizzare la corsia di destra non è un’umiliazione.

 

corollario alla regola numero uno della guida autostradale.

c’è un’eccezione piuttosto importante a questa regola. mi spiego:  esiste un caso, e uno solo, in cui è opportuno spostarsi di default sulla seconda corsia.

in corrispondenza degli ingressi e dei raccordi.

non fate i super marrani,  non lasciate quei poveracci inchiodati lì fermi ad aspettare che qualcuno dia loro strada. è proprio una marranata.

 

regola numero due della guida autostradale.

se siete un tir e state guidando su un’autostrada a due corsie, non sorpassate un vostro collega. (meglio sarebbe non farlo neanche se ci sono tre corsie)

affrontiamo la realtà, non siete delle lamborghini. siete dei mezzi pesanti, grossi, dalle ruote enormi, che hanno limitazioni legali ma anche proprio intrinseche alla velocità che possono raggiungere. per sorpassare un collega ci mettete venti minuti, e nel frattempo avete rischiato di causare tamponamenti e guai vari. e nella migliore delle ipotesi avete imbottigliato tutto il traffico.

 

regola numero tre della guida autostradale.

bando all’ipocrisia. non è sufficiente andare piano. anzi, su queste strade andare troppo piano è pericoloso quanto andare troppo veloce.

la realtà è che bisogna guidare col buonsenso e col cervello accesi.

e ora spostatevi 🙂

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siamo un paese di ipocriti veri se ci scandalizziamo che allo stadio i tifosi di parte opposta urlino buuu all’indirizzo di boateng.

posto che boateng è di colore, che c’azzecca (come direbbe mio marito)?

buuuu da che mondo è mondo è il verso del disappunto sportivo, e mica solo sportivo.

buuuu, rivogliamo indietro i soldi!!! diceva ridendo il mio papà quando da piccola gli inscenavo davanti dei graziosi balletti le cui mosse mutuavo da raffaella carrà. (non ha mai avuto grande competenza sull’arte tersicorea,mio padre.  i balletti in realtà erano belli assai).

buuuuu dice anche la mia mamma a tutte le squadre che giocano contro la juve, nonostante tutti i miei anni di tentativi di istruirla a dire qualcosa di più aggressivo. insomma, io le insegno a dire “nomedellasquadra”+mer.. (avete capito) e lei dice solo “nomedellasquadra” buuuuu,  oppure “nomedellasquadra” (ma non facevo prima a dire inter e basta?) kaput. queste sono le due ingiurie sportive a cui scende senza grossi problemi perfino la mia delicatissima mamma, quella che non pronuncia neanche la parola “stupido”.

ora, che a un giocatore di calcio possano arrivare dei buuuu dagli spalti succede dalla notte dei tempi. fa parte del pacchetto calcio.non ti sta bene? diventa un tennista. o un golfista.

poi gli insulti urlati possono essere più o meno di cattivo gusto, e su questo concordo.

ci provò anche balotelli ad un certo punto: dei tifosi avevano cantato “se saltelli muore balotelli”. il suo delicato animo fu ferito e tutta l’opinione pubblica gridò allo scandalo e al razzismo. fino al momento in cui cristiano lucarelli, bianco invece come un tomino, dichiarò che il motivo del coro era l’assonanza del cognome, non il colore della pelle,  e che lui sopportava “se saltelli muore lucarelli” da vent’anni. balotelli, affronta la realtà. ti urlano contro perchè sei un cretino, non perchè sei di colore.

il razzismo è un’altra cosa. è il gruppo di persone che in un locale, tra l’altro di proprietà di un individuo che ricopre una carica pubblica, intona canti raccapriccianti dal tema antisemita. è l’ ondata di nazionalismo estremo e spinto che sta nascendo in troppi paesi ormai. è il fatto che in francia abbiano dovuto cancellare una pletora di hashtag di tipo nazista, proprio in un paese in cui la multietnia, per ragioni storiche, è una realtà da molto. è il fatto che esiste ancora gente che nega l’esistenza dei campi di concentramento.

è anche il fatto che, nel giorno della memoria della shoah, un politico italiano non ha trovato di meglio da fare che cercare di sottolineare i meriti del fascismo, circoscrivendo e minimizzando d’altro canto le azioni funeste di cui si è macchiato. non entro nemmeno nel merito del giudizio espresso, ma solo in quello dell’opportunità di esprimerlo in quella precisa occasione. coronando poi  il tutto addormentandosi in pubblico durante la cerimonia ufficiale. chapeau.

verrebbe da augurargli buuuuuona notte… 🙂

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