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Archive for the ‘cibo’ Category

da imprenditore conosco molto bene ormai la sensazione opprimente di un mercato sempre più in contrazione, di un paese che spreme i cittadini e le imprese come limoni e di non vedere la luce in fondo al tunnel.

a volte fare impresa diventa un esercizio di autocontrollo e di ottimismo spericolato. questo momento storico è una di quelle volte.

ci sono state due cose nell’ultimo mese che hanno contribuito ad accendere una scintilla nelle mie speranze, anzi due persone. anzi, due amici, che,  ognuno a modo suo, hanno avuto coraggio e hanno deciso di guardare oltre quello che ci circonda in questo momento.

giuseppe di martino ha deciso di non lasciare che il pastificio amato, storico pastificio del salernitano, dopo il fallimento finisse in mano a investitori stranieri, o che lasciasse a casa tutti i suoi dipendenti. non ha preferito stare fermo a guardare, comodamente seduto alla sua scrivania, pontificando e pensando solo a correre meno rischi possibile. lui ha messo sul piatto quello che serviva a riscattarlo. contro ogni voce popolare di questa fase storica. contro, se vogliamo, ogni luogo comune. contro, forse, la prudenza pigra dei paurosi.

i dipendenti conserveranno il loro posto di lavoro e da subito verranno fatti i necessari investimenti per ottimizzare la produzione e rilanciare questo marchio.

giuseppe di martino ha solo un difetto, ossia la squadra per cui fa il tifo. napoli. :-)

giuseppe di martino ha solo un difetto, ossia la squadra per cui fa il tifo. napoli. 🙂

sempre giuseppe anche il secondo bagliore di speranza, e sempre amico mio. ma stavolta parlo di modena e di giuseppe palmieri, noto agli appassionati di alta cucina per essere il sommelier nonchè la colonna portante dell’osteria francescana di massimo bottura.

conosco quest’uomo e posso garantire che già così lavora come un pazzo. deve aver fatto caso che gli restavano 3 ore libere su 24, e siccome ha l’argento vivo addosso e da piccolo è cresciuto mangiando pane di matera (più ricostituente rispetto ad altri pani, evidentemente) ha deciso che voleva ricreare una bottega come c’erano quando era piccino.

una bottega che offra alla clientela salumi, pane, olio, aceto, sottoli, alimentari insomma, di alta qualità. che permettano a chi andrà a fare la spesa lì di cibarsi di cose buone e sane, e servite con un sorriso sulle labbra. ma sei matto? si è sentito dire da ogni lato. è un brutto momento. chiudono tutti.

non sono riusciti a spegnere il suo entusiasmo.

“panino” si chiama il nuovo locale, e aprirà tra pochissimi giorni. inutile dire che a beps e ai suoi collaboratori va il mio miglior in bocca al lupo. fede e io andremo a fare la nostra prima spesa lì appena un giorno di ferie ce lo permetterà 🙂

la locandina di beppe palmieri "panino". beppe non ce l'ha il difetto di giuseppe di martino. il suo secondo nome è "sololajuve"

la locandina di beppe palmieri “panino”. beppe non ce l’ha il difetto di giuseppe di martino. il suo secondo nome è “sololajuve”

insomma, solo poche righe per condividere questo sberlone di ottimismo con tutti voi. a me ha fatto un gran bene e ringrazio i miei amatissimi giuseppi.

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chiamateci come volete, ma o prima o poi, per favore, prendete atto del fatto che esistiamo e che anche noi dobbiamo dissetarci.

sto parlando di coloro che, come me, nel loro tempo libero (specifica, da parte mia, questa, necessaria: professionalmente a volte mi trovo a fare assaggi e a dare il mio parere, ma quello è lavoro) non amano bere bibite alcoliche. non di abitudine, almeno.

come sia possibile che una distillatrice, appena smessi i panni della suddetta e rientrata a casa, si trasformi in una bionda che funziona a te verde, succo di mela e, se l’occasione richiede un sonoro let’s get crazy, si tuffa nelle bollicine di un  chinotto ecor, questo io non ve lo so spiegare. non so come sia successo: l’unica possibile spiegazione che mi si affaccia alla mente è che io sia vittima di una patologia tipo quella di obelix con la pozione magica. forse sono caduta in una barrique da neonata, e da allora le alte gradazioni hanno perso il loro fascino ai miei occhi. pure le basse, a dire il vero.

non sono astemia: svolgo il mio lavoro senza mai fare un passo indietro. e nelle occasioni veramente speciali mi unisco ai brindisi con immensa gioia. ma per me l’alcol è un’eccezione e non la regola.

non penso di essere la sola in tutta l’italia. eppure, quando si va al ristorante, appare subito chiara una cosa.

o i produttori di bevande analcoliche pensano che io sia l’unica.

o pensano che coloro i quali a tavola non bevono vino, obbligatoriamente debbano essere contenti di bere sempre e solo acqua. e questa è un’ingiustizia terrificante: perchè agli enofili viene consegnata una carta dei vini con molte possibilità, cosicchè possono scegliere sulla base di quello che mangiano e di quello che è il loro desiderio in quel momento, e a noi invece viene offerta solo la scelta con gas o senza gas?

oppure ci stanno proprio platealmente ignorando, colleghi analcolici.

è mai possibile che nessuna azienda sia riuscita a studiare una linea di prodotti bevibili anche ai pasti, non eccessivamente zuccherosi ma caratterizzati a sufficienza da poter ingolosire più di una bottiglia da 0,7 di acqua naturale? magari col tempo si potrebbero addirittura studiare gli abbinamenti, come dicevo (scherzando ma mica troppo) alla mia amica chiara l’altro giorno: con la battuta al coltello ci vuole un chinotto. l’aranciata, più agrumata,  (non dolciosa però) può invece accostarsi agli spaghetti con le acciughe.

come può essere che nessuno abbia pensato a formare delle persone nella degustazione delle bibite analcoliche? esistono sommeliers del vino, dell’acqua, dell’olio, del tè. perchè non della gazzosa?

enrico nera mi ha chiesto di fare l’analisi sensoriale di una bibita per lui e io lo vorrei tanto fare. so di avere l’esperienza adatta, di aver bevuto un numero incalcolabile di bibite, e con attenzione. è un peccato però che non esista un metodo di valutazione codificato e uguale per tutti, come c’è per i vini. mi aiuterebbe a esprimere le mie opinioni.

…mica penserete che le bibite siano tutte uguali??? 🙂

 

sublime

sublime

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tasseranno le bevande gassate zuccherate.

d’altra parte, dopo aver portato la benzina a sfiorare i due euro al litro dovevano per forza cercare un altro osso da spolpare, altrimenti entro un mese avrebbero visto la coda fuori dal cancello di ogni venditore di auto. e pletore di italiani che, stanchi di essere dissanguati, rinunciano a quella comodità, la vendono e cercano soluzioni alternative. sospetto che questo scenario non farebbe  miracoli per la sopravvivenza del settore automobilistico. marchionne dovrebbe vendere i maglioncini e ridursi a girare in camicia nei freddi inverni di detroit.

l’alcol e il fumo li hanno tassati ripetutamente in questi anni. lo faranno anche questa volta, ma non basta più.

e quindi? si sono riuniti tra loro e hanno riflettuto e riflettuto per giorni e giorni. poi l’idea geniale: selezioniamo altri comportamenti impopolari agli occhi dell’opinione pubblica, magari potenzialmente dannosi per chi li mette in atto. così i tassati non potranno contare su molta solidarietà, anzi, verranno messi alla gogna, e noi faremo un bel po’ di soldi.

“già- avrà detto uno di loro- ma se tassiamo ulteriormente il fumo c’è il rischio che in troppi debbano smettere e questo ci porti a un dannoso calo di entrate dal monopolio”. “se vietiamo i videopoker e le slot machines, come faremo senza quel pozzo di soldi che ne ricaviamo?”, avrà osservato un altro. “niente panico- sento scandire calmo e sicuro il genio di prima- facciamo come al solito. un colpo al cerchio e uno alla botte. i videopoker li vietiamo a 500 metri dalle scuole. tanto che cambia? il grosso dell’utenza non sono i pupetti: e poi comunque anche i pupetti girano per la città, mica stanno inchiodati fuori della scuola.”

“e che ne dite di tassare i cibi ipercalorici e le bevande gassate? anche quelli sono malvisti da una grossa fetta di popolazione, e sono tutti beni di largo comsumo, quindi ci potrebbero fruttare parecchio”. “naaaaa- dice un altro, quello con un superstite ologramma di coscienza- questa è troppo grossa. come la motiveremmo ai cittadini?” “nel solito modo. che lo facciamo per il loro bene. per la loro salute. che siccome non si sanno regolare da soli, ci pensiamo noi a mettere i paletti. risultato: piovono denari nelle nostre casse e l’opinione pubblica ci osanna perchè ci occupiamo del benessere della popolazione”.

vietare, vietare, vietare.  ho l’impressione che, rispetto a quando ero piccina io, i divieti si siano moltiplicati esponenzialmente. e i problemi, anzichè migliorare, sono molto peggiorati.

quando avevo 16 anni e, ve l’ho già raccontato, scoprii che in california i miei coetanei consideravano ubriacarsi una forma di divertimento in sè, ne rimasi sconcertata. in italia non c’era una soglia di età per accedere al bicchiere di vino a tavola. era il buonsenso e la tradizione di famiglia a decidere (non guardate me 🙂  ) e nessuno dei miei amici si sarebbe mai sognato di farlo deliberatamente. in usa il divieto era in vigore, per i minori di 18 anni; e faceva scattare istantaneamente  il desiderio di trasgredire.

la realtà è che una via per aggirare controlli e divieti, in europa come oltreoceano, la si trova sempre. la fantasia non ha limiti. se non vengono venduti gli alcolici ai minori di 18 anni, si incaricherà un fratello maggiore di provvedere per tutti. se il test del palloncino è il nemico, l’alcol verrà assunto versandoselo negli occhi: tanto quel che conta è l’effetto sballo, no? chi se ne frega di berlo. di quale dimostrazione abbiamo ancora bisogno per capire che non è questa la risposta?

l’educazione è la risposta.

tassatele pure, le bevande gassate. se le madri dei bimbi obesi non hanno ritenuto di contingentargliele finora e di mandarli a fare ginnastica al pomeriggio, davvero credete che non cederanno, pur con sacrifici, davanti alle lamentele e ai rumorosi capricci della loro robusta prole? guadagnerete molto denaro, questo sì. ed essendo questo il vostro scopo, direi che è un successo completo.

ma fate un passo indietro e riflettete seriamente su questa domanda: è davvero giusto che l’educazione venga impartita per legge?

ah, e poi, fatemi il piacere: questa ipocrita bufala della nostra salute…insomma…avete capito 🙂

 

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premetto che il mondo è pieno di eccezioni. ma il fatto che le donne e gli uomini abbiano un diverso tipo di approccio verso l’atto di preparare del cibo per qualcuno, questo balza all’occhio anche soltanto osservando la normale vita di una coppia. io me ne sono accorta proprio così: a furia di notare come differiamo fede e io sotto questo aspetto.

mi spiego meglio. se io decido di cucinare un piatto, uno qualsiasi, di cui non ho esperienza, per prima cosa mi procuro una ricetta di cui mi fidi. poi gli ingredienti che questa ricetta prevede (esattamente, precisi precisi, sono capace di fare i salti mortali per non doverne sostituire uno con un surrogato), poi mi metto al lavoro seguendo scrupolosamente le indicazioni, fino al raggiungimento dell’obiettivo.

fede no. lui comincia leggendo sette o otto ricette come minimo. poi esce a far la spesa e compra alcuni degli ingredienti previsti, e alcuni imprevisti. questo perchè nella sua testa lui già lo sa che farà una sua versione, di quel piatto. a quel punto si mette all’opera, come un pittore a mano libera, non pesa nulla, non misura alcunchè. a volte l’obiettivo è un successo di proporzioni planetarie, quale la ricetta non avrebbe mai potuto forse permettergli. altre una ciofeca (raramente, mi tocca ammettere).

parlando con altre amiche ho scoperto che questa situazione è ben lungi dal presentarsi soltanto in casa fedeanna. anzi, è dilagante. è quasi la regola. e quindi ci ho riflettuto un po’ su.

per noi ragazze, seguire una ricetta è il modo migliore di portare a casa, con buon margine di certezza, il risultato desiderato: avere la cena in tavola per i nostri cari. rischi limitati al massimo. spazio all’improvvisazione: il minimo, non sia mai che poi ci viene una schifezza e dobbiamo buttar via tutto e portare la famiglia in pizzeria.

obbedire a una ricetta per un uomo sembra essere l’equivalente domestico di chiedere indicazioni se ci si è persi in macchina. un fastidioso intralcio alla loro autonomia. un’invadenza che va ad urtare il loro spazio creativo. una velata minaccia al loro valore.

avete guardato la lista dei ristoranti che la san pellegrino ha premiato come migliori ristoranti del mondo poche settimane fa? i primi dieci sono uomini. ok, elena arzak di san sebastian, è ottava ed è indubitabilmente una donna. ma una rondine non fa primavera ed è vistosamente un’eccezione in una decina in cui i maschi sono nove.

e, ancora più significativo, avete visto chi sono? conoscete la loro cucina? sono geniali (chi più chi meno) sperimentatori. sono illusionisti del palato. harry potter armati di sifone e di padella. spacciatori di risotti al caffè, lenticchie alla liquirizia e ostriche al profumo di lavanda. di cuochi in senso creativo e cerebrale. e se ci pensate, non hanno fatto altro che  portare alle estreme conseguenze le caratteristiche che anche l’homo cuocus domesticus, nel suo piccolo, mostra nella cucina di casa. (e se le conseguenze sono le stesse sotto tutti gli aspetti, non oso pensare quanto debbano pulire poi i loro commis…capisciammè…)

redzepi sta alle tagliatelle del meloncello come fede sta a me. beh, loro entrambi su una supernova e noi coi piedi a terra, s’intende. ma il principio è quello.

le donne cucinano per nutrire coloro che amano. cucinano per amore. gli uomini vivono la dimensione culinaria come un’altra in cui realizzare sè stessi, rompere schemi e puntare a vette sempre più alte.  cucinano per soddisfazione, per gratificazione. e poi, dopo, anche per amore.

 

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premetto che so che questo è un argomento di quelli su cui le discussioni non hanno fine. e non intendo infatti neanche cominciarle. vi dico solo come la penso io, e non voglio convincere nessuno delle mie idee, nè tantomeno essere irrispettosa verso chi la pensa diversamente.

l’uomo di neanderthal si svegliava alla mattina, baciava la moglie, signora neanderthal, e usciva dalla grotta. destinazione: ovunque ci fossero speranze di trovare qualche animale, da mettere fuori combattimento con le sue rozze armi e di cui la rispettabile coppia si sarebbe cibata per i giorni a venire.

le stagioni passano,  i dinosauri si estinguono, e l’uomo si evolve. oddio…vabbè, diciamo che si evolve.

la prima volta che sentiamo parlare di una dieta vegetariana, è a proposito di pitagora, filosofo e scienziato vissuto a cavallo del 500 avanti Cristo. e però a onor del vero, occorre dire che pitagora aveva anche un problema con le fave. le odiava proprio. non le voleva vedere neanche in cartolina. la leggenda narra che,  minacciato di morte, in fuga dagli scherani di cilone di crotone, preferì farsi raggiungere ed uccidere piuttosto che mettersi in salvo attraverso un campo di fave. insomma, tutto a posto non doveva essere, dal punto di vista alimentare.

ma lungi da me dileggiare i vegetariani: per un pitagora che muore a un metro dalle fave, contano nelle loro fila millemila personaggi del cui equilibrio e del cui intelletto nessuno al mondo potrebbe mai dubitare. gandhi, thomas edison, albert einstein, e la lista è lunga. mi preme sottolineare che non ne faccio una questione  ideologica e che ai miei occhi la divisione tra chi mangia carne e chi non ne mangia non assume significati diversi da quello che ho appena detto. alcuni mangiano carne, altri no. io la mangio. un po’ come chi beve vino e chi non ne beve. io non ne bevo.

mi accorgo invece, giorno dopo giorno e sempre di più, di come la crociata vegetariana abbia ormai cessato di essere solo una personale scelta di alimentazione.

di come abbia assunto forme assai varie (vegetariani con o senza latticini, vegani che oltre alla carne rifiutano ogni alimento di origine animale, incluso il latte, e il miele fatto dalle api. ma scusate, le api mica le ammazzano per fare il miele, no?) e di come agli occhi di una certa cerchia di intellettuali vinti alla causa abbia cominciato ad assumere connotazioni moralmente positive as opposed to i brutti e cattivi che mangiano i vitelli.

si è cominciato a discutere sul fatto che gli animali sono, come l’uomo, esseri senzienti, capaci cioè di provare emozioni quali gioia o dolore. secondo i vegetariani, ciò implica che agli animali dovrebbero essere riconosciuti i medesimi diritti alla vita, alla libertà e a non essere uccisi che la società riconosce agli esseri umani (diritto a non essere uccisi??? ma l’hanno mai visto discovery channel?). viene talvolta criticata l’illogicità e la presunzione di una visione della vita diventata eccessivamente antropocentrica e di conseguenza si considera immorale uccidere gli animali o sfruttarli per ricavarne cibo,  perché si ritiene inaccettabile la sofferenza e la morte inflitte agli stessi.

si è passati a muovere giudizi etici e morali sulla base delle personali scelte alimentari. sognatori, idealisti, sensibili e puri d’animo i vegetariani, materialisti, rozzi e dal cuore duro i carnivori. e già qui non sono molto d’accordo.

cosa pensereste se vi dicessi che nel 1933 fu firmata la legge più avanzata al mondo per il benessere animale, e che a suggellarla col suo nome fu nientemeno che adolf hitler?  e che il suo sgherro hermann göring dichiarò poi il seguente intento: «rinchiuderò in campi di concentramento tutti coloro che sono convinti di poter continuare a trattare gli animali come un oggetto di proprietà». piuttosto inquietante come affermazione, da parte di coloro che avevano dimostrato che sull’argomento non facevano per scherzo.

ma da allora siamo andati oltre, temo. nel 1975 peter singer pubblica il libro “liberazione animale” e porta all’attenzione del mondo il concetto di specismo

secondo questo filosofo e professore di princeton, gli specisti tracciano una netta distinzione morale tra gli umani e gli altri animali. non riescono a riconoscere i medesimi diritti elementari agli animali non-umani, che invece a suo parere (e a parere di tutti gli antispecisti) dovrebbero godere di pari opportunità.  almeno pari,  se non maggiori. mi sono informata e risulta che questo signore ha una concezione tutta sua su chi è un essere col diritto alla vita e chi no. per lui “persona” non significa necessariamente “essere umano”, bensì “essere autocosciente” e quindi offre dignità di persona a cani, elefanti e maiali, mentre la nega a feti, neonati e ogni malato con disabilità cognitive.

complimenti al guru della sensibilità. proprio un’anima candida.

la lettera scarlatta sul petto dei carnivori, però,  non bastava a questi nuovi talebani. lo stesso singer ha fatto un’affermazione secondo me semplicemente orrenda, un confronto empio, osservando sul blog «vegan voice»,  a proposito degli attentati dell’11 settembre, che nello stesso giorno in cui tremila persone morivano nel crollo delle torri gemelle, 38 milioni di polli venivano abbattuti nei mattatoi americani.

mi piacerebbe sentirglielo ripetere guardando negli occhi i bambini che quel giorno sono diventati orfani. ma l’oscenità più grande non l’avete ancora sentita: quando lui cerca di chiarirsi e precisa che comunque si rende conto di come la prima delle due tragedie sia più grave della seconda, ecco che arriva alla carica la signora Joan Dunayer, scrittrice e animalista, che si imbelva e lo insignisce dell’epiteto di specista (proprio lui???), strillando che una vita umana non vale più di una avicola, semmai è vero il contrario. “i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale”. ecco.

nel frattempo, mentre loro litigano per decidere se le termiti hanno o meno il diritto di corrodere le loro case, io rifletto e penso che una linea va tracciata. che una filosofia che suggerisce che le sperimentazioni delle cure contro le malattie più gravi e che hanno salvato tante vite potrebbero essere fatte su neonati invece che su cavie da laboratorio…beh, è una filosofia a cui non voglio aderire.

e che le persone vanno valutate, apprezzate o disprezzate, amate o detestate sulla base di come si comportano e di quelli che sono i loro principi, non di cosa scelgono di mangiare o di non mangiare. facciamo un bel passo indietro e riacquistiamo una giusta prospettiva.

non tutti i vegetariani sono belle persone, e non tutti i carnivori sono truci. ciò di cui gli uomini si cibano, come ho appena avuto modo di mostrarvi, non li rende di per sè migliori o peggiori.

impariamo a rispettare le scelte altrui, e magari, anche a darci una calmata…

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non sono una persona indiscreta, e giuro che non lo farei mai con regolarità.

solo una volta, un giorno nella vita, mi piacerebbe essere una mosca. e vedere coi miei occhietti moscosi e sentire con le mie orecchiette moscose cosa dicono e cosa fanno gli uomini quando noi non ci siamo.

ogni tanto provo a immaginarmi le conversazioni di fede con matteo, il suo adorato amico d’infanzia, o marco, il suo amatissimo “partner in crime”, o beps e ivano, suoi insostituibili compagni di merende, o mio fratello (nonchè suo cognato e anche l’altra metà della bottiglia di vino a tavola, visto che chiara e io non beviamo).  mentalmente scarto le ipotesi che mi sembrano più inverosimili.

che parlino di calcio? naaaa. tra l’altro matteo e beppe sono della juve come me, e a mio marito parlare con i gobbi fa venire l’orticaria.

di auto? lo escludo. per lui un’auto è un attrezzo che ha quattro ruote, si accende con una chiave e serve per andare in autostrada dal posto a al posto b.

di donne con toni pecorecci? l’idea mi fa abbastanza sghignazzare. ma cerco di visualizzarli, le adorabili canaglie, nell’atto di farlo, e proprio non funziona. non quadra. come se vi chiedessi di visualizzare wojtyla che svaligia una banca a mano armata. non fa parte della loro vita, della loro natura, insomma, è una tessera di puzzle che non si incastra. appartiene a un puzzle diverso.

e allora di cosa? aiutatemi voi.

perchè l’unica cosa che a questo punto mi viene in mente, è un atroce sospetto.  🙂

sospetto che anche in assenza di mogli e altre gentili donzelle, l’argomento che infiamma i cuori di questi umarell qua, sia lo stesso che li infiamma in nostra presenza.

…calici di vino ineffabili, e prelibatezze da mangiarci insieme 🙂

ma sono gli uomini della mia esistenza a essere del tutto atipici e a provenire da una bizzarra galassia epicurea, o qualcun altro vuole alzare la mano?

vi prego, ditemi la vostra, significa molto per me 🙂

un premio a chi riconosce questa vigna (ormai la riconosco perfino io)

 

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il vinitaly è finito e io ho fatto il mio dovere.

ho assistito a una quattro giorni di persone esperte (alcune più, altre meno…) che degustavano (altre tracannavano, per la precisione) bevande alcoliche di ogni genere.  ho ascoltato quelli che per percepire meglio le varie sfaccettature facevano un risucchio rumoroso ad ogni sorso. ho trovato la forza di prestare attenzione ai multicolori aggettivi che i più eclettici adoperano per descrivere le sfumature di sapore. non ho vacillato neanche quando qualche produttore particolarmente ispirato dipingeva i suoi vini con tratti antropomorfi, e li pensava non come fonte di emozione per i loro fortunati bevitori, bensì dotati di emozioni essi stessi.

e non ho mai, non dico riso, ma neanche fatto un sorrisetto.

ora restituite il favore, per cortesia: il primo che ride lo costringo a cibarsi dei panini della fiera per un mese.

sto reclutando veri appassionati per fare il primo panel super-scientifico di analisi sensoriale di bibite analcoliche. veri appassionati e intendo veri. non gente che conosce solo coca cola-fanta-sprite. astenersi bevitori di the freddo nestea.

attenzione: non analcolicofighetti. non di solo fentiman vive l’uomo, insomma.

se avete bevuto la loro rose lemonade o l’honestea moroccan mint, fantastico: questo però non autorizza a sparare a zero in modo acritico su tutte le bibite di più facile reperimento solo in quanto tali.

cominceremo, come forma di omaggio alla bibita preferita del presidente del team di degustatori, cioè io, col chinotto.

tutti i chinotti in circolazione, alla cieca. due diverse degustazioni, la prima all’apertura delle bottiglie, la seconda 12 ore dopo. perchè è quando svanisce la barriera protettiva dell’anidride carbonica che cascano i palchi, secondo me. e  si svelano pregi e difetti in modo più evidente. un po’ come con l’alcol e i superalcolici: il profumo o la puzza di un distillato la senti in modo più autentico a bicchiere svuotato, rispetto a quando c’è l’alcol a parziale bastione. (vi prego non fate quella cosa di strofinarvelo sulla mano, è veramente orrenda) (guai a chi si strofina sulla mano il chinotto).

prometto che non faremo sorsi rumorosi, che non diremo mai che è un “bel” chinotto (semmai buono) e non ci servirà la sputacchiera.

volete candidarvi? oppure anche soltanto segnalarci qualche marca di chinotto da inserire nel novero, in modo da assaggiarne il più possibile?(o di altre bibite, per il futuro?)

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