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sfogliare i giornali ultimamente significa affrontare continui déja-vu e provare quella spiacevole costante sensazione di aver già visto come tutto va a finire, ma di non ricordarselo esattamente. un po’ come leggere un libro (di quelli non strafamosi) di agatha christie: anche se l’hai letto venti volte, nel mucchio della sua opera omnia tenderai a riconoscere somiglianze con altre storie, a mescolarle nella memoria e quindi a non ricordare più l’epilogo di quello in particolare. la madre matrona che opprime i figli sarà uccisa da uno di loro nell’intreccio ambientato nella campagna inglese, mentre quella che anima il romanzo ambientato in mesopotamia sarà eliminata, con buona pace di tutti, dal secondo marito oppure dall’ex compagna di collegio.

e quindi mi soffermo ad osservare una foto di marine le pen (cognome che non abbisogna di presentazioni) mentre arringa la folla.

madame estrema destra

piena di energia, in un qualche modo dotata anche di un fascino giunonico tutto suo, a cavallo di argomentazioni populiste che, seppur fondate sull’ignoranza e la mancanza di visione, non cessano mai di far breccia nei cuori degli elettori meno dotati da quei due punti di vista. le sue tirate piene di passione vertono principalmente su quelle che sono attualmente, secondo il fronte nazionale,  le due priorità per la francia: aumentare la sicurezza all’interno (e quindi maggior potere alle forze dell’ordine), e presidiare i confini per evitare l’arrivo di nuovi migranti. e già che ci siamo, cacciare pure quelli che già ci sono.

in una nazione, come tutte le nazioni europee, stretta da questa crisi che non lascia respiro, popolata di persone che cominciano a non riuscire ad intravedere più una luce verso cui dirigersi, parole come queste fanno male.

indicano, neanche troppo velatamente, gli stranieri come colpevoli del malessere generale. propugnano l’uso di maniere forti contro tutti e tutto. parlano il linguaggio di chi non conosce la storia, chi ha maggior pratica con l’uso dell’insulto ed eventualmente delle mani che con il dibattito,  chi è argilla in mano ai demagoghi.

del resto, per un paese che ha come motto libertè, égalitè, fraternitè o si cambia registro o un aggiornamento del motto è d’obbligo. direi che égalitè potrebbe essere sostituito con colossale e incolmabile divario: salariale e di diritto, tra classi sociali.

libertè va tolto: mettiamo invece  privilegio e abuso di privilegi.

sulla fraternitè, col vostro permesso,  preferirei stendere un pietoso velo.

poco sorprende allora, che la giovane signora le pen abbia riportato in pochi anni un successo che ha dell’incredibile, trascinando il fronte nazionale al 18% e al terzo scalino del podio dei partiti francesi. semmai sorprende che la sinistra, vista la mala parata e una volta deciso di contrapporle un estremista di pari baldanza e carisma, non sia riuscita a reperire nient’altro che il povero mélenchon,

che, accanto alla bionda combattente, può solo riportare alla nostra affranta memoria il ricordo di quando la sinistra in italia, ai comizi infiammacuoripadani di umberto bossi, rauco e rude, contrapponeva l’eloquio composto e refrigerante di piero fassino (con tutto il rispetto immenso per piero fassino, s’intenda).

e a ben pensarci, guarda un po’: lei aizza i suoi sostenitori chiedendo a gran voce l’uscita dall’euro, e la chiusura dei cancelli della francia, neanche fosse il villaggio di asterix. e fuori chi c’è? il nemico, i romani.  e la lega? che cos’ha sempre fatto?

populismo, temi che accendono gli animi a colpo sicuro, demagogia. incapacità di vedere i lati positivi dell’unione tra paesi europei, che non è perfetta, questo è certo: ma che,  migliorata, tutela ognuno di noi molto di più che un chi fa da sè fa per tre.

la banca centrale europea ha, a mio parere, in questo momento una grande e grave responsabilità.

se la crisi economica e finanziaria continuerà a pesare così insopportabilmente sulle spalle di tutti i cittadini, senza che un aiuto dall’alto intervenga, e oltretutto in modo così prolungato, non potrà altro che spingere l’elettorato verso estremismi pericolosi (almeno, quella parte di elettorato che non si è ancora suicidata).  basta guardarsi intorno: la le pen prende il 18% in francia e ad atene entrano in parlamento i nazisti dell’alba d’oro. manifesto politico? avete indovinato: fuori dalla grecia gli immigrati, e più tolleranza nei confronti delle maniere forti che dovranno colpire stranieri, omosessuali e non so quali altre categorie di fortunelli. che bellezza.

ricordate quanto poco lungimiranti furono i francesi alla fine della prima guerra mondiale? imposero alla germania costosissime riparazioni di guerra: giuste, sacrosante, perchè la germania la guerra l’aveva scatenata. ma che soffocavano a tempo indeterminato qualsiasi ripresa economica del paese. e anche in quel caso, populismo e rivendicazioni nazionalistiche trovarono terreno fertile, e portarono, sciaguratamente alle condizioni che favorirono lo sviluppo del nazismo.

quindi, ripetendo le parole di miguel de unamuno che già vi ho citato: se “el fascismo se cura leyendo, y el racismo se cura viajando”…per l’amor del cielo, leggiamo. viaggiamo.

premetto che so che questo è un argomento di quelli su cui le discussioni non hanno fine. e non intendo infatti neanche cominciarle. vi dico solo come la penso io, e non voglio convincere nessuno delle mie idee, nè tantomeno essere irrispettosa verso chi la pensa diversamente.

l’uomo di neanderthal si svegliava alla mattina, baciava la moglie, signora neanderthal, e usciva dalla grotta. destinazione: ovunque ci fossero speranze di trovare qualche animale, da mettere fuori combattimento con le sue rozze armi e di cui la rispettabile coppia si sarebbe cibata per i giorni a venire.

le stagioni passano,  i dinosauri si estinguono, e l’uomo si evolve. oddio…vabbè, diciamo che si evolve.

la prima volta che sentiamo parlare di una dieta vegetariana, è a proposito di pitagora, filosofo e scienziato vissuto a cavallo del 500 avanti Cristo. e però a onor del vero, occorre dire che pitagora aveva anche un problema con le fave. le odiava proprio. non le voleva vedere neanche in cartolina. la leggenda narra che,  minacciato di morte, in fuga dagli scherani di cilone di crotone, preferì farsi raggiungere ed uccidere piuttosto che mettersi in salvo attraverso un campo di fave. insomma, tutto a posto non doveva essere, dal punto di vista alimentare.

ma lungi da me dileggiare i vegetariani: per un pitagora che muore a un metro dalle fave, contano nelle loro fila millemila personaggi del cui equilibrio e del cui intelletto nessuno al mondo potrebbe mai dubitare. gandhi, thomas edison, albert einstein, e la lista è lunga. mi preme sottolineare che non ne faccio una questione  ideologica e che ai miei occhi la divisione tra chi mangia carne e chi non ne mangia non assume significati diversi da quello che ho appena detto. alcuni mangiano carne, altri no. io la mangio. un po’ come chi beve vino e chi non ne beve. io non ne bevo.

mi accorgo invece, giorno dopo giorno e sempre di più, di come la crociata vegetariana abbia ormai cessato di essere solo una personale scelta di alimentazione.

di come abbia assunto forme assai varie (vegetariani con o senza latticini, vegani che oltre alla carne rifiutano ogni alimento di origine animale, incluso il latte, e il miele fatto dalle api. ma scusate, le api mica le ammazzano per fare il miele, no?) e di come agli occhi di una certa cerchia di intellettuali vinti alla causa abbia cominciato ad assumere connotazioni moralmente positive as opposed to i brutti e cattivi che mangiano i vitelli.

si è cominciato a discutere sul fatto che gli animali sono, come l’uomo, esseri senzienti, capaci cioè di provare emozioni quali gioia o dolore. secondo i vegetariani, ciò implica che agli animali dovrebbero essere riconosciuti i medesimi diritti alla vita, alla libertà e a non essere uccisi che la società riconosce agli esseri umani (diritto a non essere uccisi??? ma l’hanno mai visto discovery channel?). viene talvolta criticata l’illogicità e la presunzione di una visione della vita diventata eccessivamente antropocentrica e di conseguenza si considera immorale uccidere gli animali o sfruttarli per ricavarne cibo,  perché si ritiene inaccettabile la sofferenza e la morte inflitte agli stessi.

si è passati a muovere giudizi etici e morali sulla base delle personali scelte alimentari. sognatori, idealisti, sensibili e puri d’animo i vegetariani, materialisti, rozzi e dal cuore duro i carnivori. e già qui non sono molto d’accordo.

cosa pensereste se vi dicessi che nel 1933 fu firmata la legge più avanzata al mondo per il benessere animale, e che a suggellarla col suo nome fu nientemeno che adolf hitler?  e che il suo sgherro hermann göring dichiarò poi il seguente intento: «rinchiuderò in campi di concentramento tutti coloro che sono convinti di poter continuare a trattare gli animali come un oggetto di proprietà». piuttosto inquietante come affermazione, da parte di coloro che avevano dimostrato che sull’argomento non facevano per scherzo.

ma da allora siamo andati oltre, temo. nel 1975 peter singer pubblica il libro “liberazione animale” e porta all’attenzione del mondo il concetto di specismo

secondo questo filosofo e professore di princeton, gli specisti tracciano una netta distinzione morale tra gli umani e gli altri animali. non riescono a riconoscere i medesimi diritti elementari agli animali non-umani, che invece a suo parere (e a parere di tutti gli antispecisti) dovrebbero godere di pari opportunità.  almeno pari,  se non maggiori. mi sono informata e risulta che questo signore ha una concezione tutta sua su chi è un essere col diritto alla vita e chi no. per lui “persona” non significa necessariamente “essere umano”, bensì “essere autocosciente” e quindi offre dignità di persona a cani, elefanti e maiali, mentre la nega a feti, neonati e ogni malato con disabilità cognitive.

complimenti al guru della sensibilità. proprio un’anima candida.

la lettera scarlatta sul petto dei carnivori, però,  non bastava a questi nuovi talebani. lo stesso singer ha fatto un’affermazione secondo me semplicemente orrenda, un confronto empio, osservando sul blog «vegan voice»,  a proposito degli attentati dell’11 settembre, che nello stesso giorno in cui tremila persone morivano nel crollo delle torri gemelle, 38 milioni di polli venivano abbattuti nei mattatoi americani.

mi piacerebbe sentirglielo ripetere guardando negli occhi i bambini che quel giorno sono diventati orfani. ma l’oscenità più grande non l’avete ancora sentita: quando lui cerca di chiarirsi e precisa che comunque si rende conto di come la prima delle due tragedie sia più grave della seconda, ecco che arriva alla carica la signora Joan Dunayer, scrittrice e animalista, che si imbelva e lo insignisce dell’epiteto di specista (proprio lui???), strillando che una vita umana non vale più di una avicola, semmai è vero il contrario. “i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale”. ecco.

nel frattempo, mentre loro litigano per decidere se le termiti hanno o meno il diritto di corrodere le loro case, io rifletto e penso che una linea va tracciata. che una filosofia che suggerisce che le sperimentazioni delle cure contro le malattie più gravi e che hanno salvato tante vite potrebbero essere fatte su neonati invece che su cavie da laboratorio…beh, è una filosofia a cui non voglio aderire.

e che le persone vanno valutate, apprezzate o disprezzate, amate o detestate sulla base di come si comportano e di quelli che sono i loro principi, non di cosa scelgono di mangiare o di non mangiare. facciamo un bel passo indietro e riacquistiamo una giusta prospettiva.

non tutti i vegetariani sono belle persone, e non tutti i carnivori sono truci. ciò di cui gli uomini si cibano, come ho appena avuto modo di mostrarvi, non li rende di per sè migliori o peggiori.

impariamo a rispettare le scelte altrui, e magari, anche a darci una calmata…

giovedì sera mi siedo sul divano dopo cena, e dopo una giornata un po’ impegnativa e stancante. accendo la tv col telecomandounicosky, quello che mi ha salvato dal momento dell’introduzione del digitale terrestre, visto che non ho ancora capito come funziona (il digitale terrestre), e resto interdetta davanti alla schermata di guida tv.

ho visto bene? apro e chiudo gli occhi velocemente e ripetutamente per accertarmi di non aver sognato. no. c’è scritto proprio nero wolfe.

adoro i libri di rex stout, tutti i personaggi di questa saga di romanzi polizieschi (anche se il nome del genere non deve trarre in inganno: il ruolo della polizia nelle storie di nero wolfe in realtà è limitato a quello di fare la figura più barbina possibile), il sottofondo di jazz e di new york d’altri tempi. trovo irresistibile questo investigatore sovrappeso i cui due amori più grandi sono la buona cucina e le orchidee, e che si rifiuta, se non in caso di vita o di morte, di uscire dalla sua casa che si è costruito intorno come un bozzolo e che costituisce il quartier generale del suo cuoco, del suo segretario e di una serie di pedinatori che lui sguinzaglia di volta in volta per poi riferire a lui ciò che lui dal suo salotto non può tenere sotto controllo.

insomma, sono andata in leggera fibrillazione, pensando che si potesse trattare della bellissima serie tv della fine degli anni 60, con tino buazzelli, per capirci (e anche il restante cast dotato di una certa rilevanza: paola borboni, renzo palmer, aroldo tieri, aldo giuffré, carla gravina,  ugo pagliai, eros pagni, mario carotenuto…).

magistrale trasposizione televisiva delle avventure di nero wolfe

oppure della più semplice ma ugualmente godibile serie  americana del 2001, quella con timothy hutton nei panni di archie goodwin.

bravi anche loro. anzi, molto bravi.

mai avrei potuto immaginare quello che invece è andato in onda, ossia una improbabile trasposizione delle avvincenti avventure del signor wolfe in chiave “roma degli anni 40″. no, vi giuro che non sono impazzita. francesco pannofino è il protagonista. già da questo si capisce come chi ha fatto il casting non abbia capito niente del personaggio di cui si tratta. l’ombroso, permaloso, introverso e presuntuoso wolfe, impersonato da pannofino, a cui sorridono anche i peli del naso? e pietro sermonti a tentare di sembrare sveglio, scanzonato e acchiappagonnelle come archie, ma riuscendo solo a sembrare ingessato?

nero wolfe alla romana

e le atmosfere????? come conciliare le penombre di manhattan e dei frequentissimi interni poco illuminati della casa di wolfe con i paesaggi ariosi, colorati e solari di questo rex stout mediterraneo?

tanto quanto noi siamo le persone che siamo anche in relazione al contesto in cui viviamo e lavoriamo, lo stesso vale  per i personaggi letterari. non si può sradicare wolfe da new york, tanto quanto sembrerebbe ridicolo un hercule poirot che indaga a verona. o miss marple a napoli. (ve l’immaginate la vecchietta di saint mary mead con l’accento partenopeo??? “reverendo…o gradit’ u cafè?”) o il commissario montalbano a los angeles, senza purpiteddu e pasta ch”i sardi.

pollice verso per questo tentativo definito da molti coraggioso. per me, soltanto scellerato :-)

 

 

il venerdì mattina volge al termine. guardo l’ora e penso, dai annette: l’ultimo sprint. l’ultimo scatto che mi porterà dritta tra le braccia del venerdì sera casalingo, uno dei miei momenti preferiti della settimana, uno dei miei pensieri felici quando cerco di volare come peter pan.

che incanto preparare la cena con tutta la calma e la pigrizia che si vuole, sapendo che si può anche mangiare tardi, e andare a letto ancora più tardi, perchè il mattino dopo la sveglia non verrà a toglierci il piumone di dosso. che sublime beatitudine sabato mattina svegliarsi naturalmente, senza obblighi, e poi palugare a nanna e  in giro per casa sorseggiando una tazza di caffè profumato e caldo, come se non ci fosse niente al mondo.

e poi uscire, fare una passeggiata, comprare un libro da adriano, bere un caffè ma al med però, che lì lo fanno buono, non come da quelli lì.

comprare i giornali, quelli veri, quelli di carta, e leggerli senza accendere un monitor luminoso.

aver tempo per tutte le attenzioni che ci piace riversare sui nostri cari e che a volte, durante la settimana lavorativa, per varie ragioni dobbiamo rimandare.

e poi cose semplici, mica niente di speciale. ma la vita è soprattutto questo, le cose che non escono dall’ordinario. i piccoli momenti condivisi. sono questi che costituiscono la vera intelaiatura della nostra memoria e della nostra vita.

pelare un mango maturo e mangiarlo una fetta per ciascuno. fare dei crostini tiepidi e mangiarli davanti alla partita (quest’anno ho potuto ricominciare a farlo: l’anno scorso mangiare davanti alla juve mi bloccava l’appetito). fare una partita a cluedo (gioco vintage, non ve lo ricordate sicuro) ed esultare smodatamente per la vittoria. parlare coi conduttori dei programmi televisivi come se potessero sentirci (spesso per ingiuriarli) e poi ridere tra di noi. vedere che non piove più e decidere che ci va di mangiare in centro.

adesso è ora.

vi lascio a godervi l’imminente fine settimana su una nota buffa. il signor don sammons si è trovato a restare l’unico abitante della ridente cittadina di buford, wyoming  e ha deciso di metterla all’asta, base di partenza 100.000 dollari. che per un terreno di 40 kmq, una casa da tre camere con garage, l’edificio della posta e un’antenna della società telefonica union wireless funzionante e che produce reddito, non è un cattivo affare, forse. tanto è vero che le offerte hanno cominciato ad arrivare da tutto il mondo.

poverino. lì tutto solo, senza nemmeno un baretto per il caffè e una pizzeria…che fine settimana era???? :-)

l’era di silvio è, a meno di pirotecniche evoluzioni imprevedibili, definitivamente tramontata. lo scandalo leghista stesso ne è la prova.

mi chiedo se sotto la guida del premier berlusconi sarebbe mai scoppiato il bubbone di casa bossi: e tendenzialmente mi sento di escluderlo.

se non altro perchè i controlli erano certamente minori e non toccavano gli intoccabili.

parliamoci chiaro, se per tanto tempo il “bancomat” del trota se ne è stato zitto ed ha assolto alla sua funzione di bancomat, e ora invece filma e da fiato alle trombe un motivo ci sarà, e dubito sia una sua personale crisi di coscienza.

è che improvvisamente si rende conto che potrebbe essere chiamato a rispondere delle sue azioni. e prima di farsi caricare sulla schiena anche quelle altrui ha pensato bene di pararsi…come dire… le guance :-)

ad ogni modo, è un’era che si chiude. silvio ormai non pervenuto da settimane, umberto che chiede scusa per i figli (ma sottovoce, e insistendo a lato sulla teoria del complotto), rosy mauro che vede messa in piazza la sua liaison col segretario, noto autore della indimenticabile canzone “kooly noody”, “culi nudi”, insomma, la pietra d’angolo della storia della musica italiana, e a cui ha fatto gentile omaggio di un diploma e una laurea (per la modica somma di 120.000 euro) visto che era troppo occupato a scrivere delicate e poetiche liriche per ottenerli regolarmente come tutti.

gli scheletri saltano fuori anche dagli armadi di tutti gli altri schieramenti politici, si intende. e questa semmai è una conferma di come stia cambiando il vento. di come non si tratti di una presa di posizione ideologica, ma di una nascente esigenza di maggior trasparenza che nasce trasversalmente ovunque.

qualche rigurgito c’è ancora, più facilmente in provincia. come a lecce, città che amo infinitamente, e dove il sindaco ormai uscente, paolo perrone, eletto tra le fila del centrodestra, fa decorare le pareti della città con dei manifesti elettorali che ci portano un vero e proprio amarcord di quell’atteggiamento machista e da piacioni che non abbiamo fatto in tempo ancora a dimenticare.

sguardo ammiccante, camicia morbidamente sbottonata, capello al vento, naso alla bergerac e un messaggio allusivo.

ah, che tuffo nel recente passato. che sfrontatezza, che eversione in un periodo di asettici tecnici e professori, questa locandina testosteronica :-)

per par condicio vi riporto anche la controffensiva della sua avversaria, la signora capone del centrosinistra.

nessuna soluzione di continuità con lo stile di perrone (con cui peraltro la signora fa rima). la sua sfidante, non potendo scimmiottare silvio si limita a somigliare a una delle qualificate opinioniste di forum o di uomini e donne, e presenta il suo slogan in perfetta sintonia col tenore delle esternazioni delle suddette.

peccato che di programma elettorale nessuno abbia fatto parola.

bellissimi :-)

non sono una persona indiscreta, e giuro che non lo farei mai con regolarità.

solo una volta, un giorno nella vita, mi piacerebbe essere una mosca. e vedere coi miei occhietti moscosi e sentire con le mie orecchiette moscose cosa dicono e cosa fanno gli uomini quando noi non ci siamo.

ogni tanto provo a immaginarmi le conversazioni di fede con matteo, il suo adorato amico d’infanzia, o marco, il suo amatissimo “partner in crime”, o beps e ivano, suoi insostituibili compagni di merende, o mio fratello (nonchè suo cognato e anche l’altra metà della bottiglia di vino a tavola, visto che chiara e io non beviamo).  mentalmente scarto le ipotesi che mi sembrano più inverosimili.

che parlino di calcio? naaaa. tra l’altro matteo e beppe sono della juve come me, e a mio marito parlare con i gobbi fa venire l’orticaria.

di auto? lo escludo. per lui un’auto è un attrezzo che ha quattro ruote, si accende con una chiave e serve per andare in autostrada dal posto a al posto b.

di donne con toni pecorecci? l’idea mi fa abbastanza sghignazzare. ma cerco di visualizzarli, le adorabili canaglie, nell’atto di farlo, e proprio non funziona. non quadra. come se vi chiedessi di visualizzare wojtyla che svaligia una banca a mano armata. non fa parte della loro vita, della loro natura, insomma, è una tessera di puzzle che non si incastra. appartiene a un puzzle diverso.

e allora di cosa? aiutatemi voi.

perchè l’unica cosa che a questo punto mi viene in mente, è un atroce sospetto.  :-)

sospetto che anche in assenza di mogli e altre gentili donzelle, l’argomento che infiamma i cuori di questi umarell qua, sia lo stesso che li infiamma in nostra presenza.

…calici di vino ineffabili, e prelibatezze da mangiarci insieme :-)

ma sono gli uomini della mia esistenza a essere del tutto atipici e a provenire da una bizzarra galassia epicurea, o qualcun altro vuole alzare la mano?

vi prego, ditemi la vostra, significa molto per me :-)

un premio a chi riconosce questa vigna (ormai la riconosco perfino io)

 

probabilmente siamo all’ultimo quarto d’ora dell’ultimo atto. lo penso perchè mi chiedo, che altro può succedere, quanto possiamo ancora scavare per scendere più in basso di così? e mi rispondo, siamo arrivati alla fine. anche se ammetto di averlo pensato prima d’ora e di essermi dovuta ricredere.

perchè sottovaluto sempre la faccia da pomi e le pirotecniche risorse di coloro che definirei i “titolari di privilegi”, categoria che nel nostro paese è composta in grossa misura da figure più o meno di spicco del mondo politico (fino a includere anche i loro baristi di fiducia o i parcheggiatori abusivi che si occupano della loro auto, per capirci su cosa intendo quanto a “meno di spicco”). ma mica solo loro. ci si trovano anche giornalisti compiacenti. critici d’arte/ex sindaci/ forse futuri sindaci, mogli/badanti meridionali di politici ferocemente antimeridionalisti. ex-direttori-sbattuti-fuori-a-pedate-dal-loro-tg che pianificano il loro futuro e si ripromettono di tornare prima o poi in video.

si parla e si riparla di come permettere ai giovani di costruirsi un futuro, si discute di tutela dei lavoratori e di articolo 18, di contratti a tempo determinato e indeterminato. ma io, come mi giro mi giro, vedo solo vecchi.

perdonate la brutalità, non ho nulla contro i nonni, anzi. ma mi piacerebbe vederli fare i nonni. emilio fede ha 81 anni: quando arriverà il momento in cui si sentirà pronto a lasciare la sua carriera professionale, facendo spazio a forze fresche? quando si renderà conto che arriva un momento nella vita di tutti in cui è giusto anche saper fare un passo indietro, perchè il mondo cambia ed è normale che il mondo della comunicazione (ma anche ogni altro mondo) abbia bisogno di approcci più rispondenti alle mutate esigenze?  è questa mancanza di autoconsapevolezza che intristisce e rende anche un po’ patetico chi se ne macchia. la stessa che spingeva nonno emilio ad accompagnarsi a giovani fanciulle nel sereno periodo dell’esistenza umana che, si presuppone, ci dovrebbe veder concentrati su rassicuranti affetti familiari di antica origine.

sono stanca di provare compassione per l’incapacità di queste persone di vedersi per ciò che sono. non ho più la pazienza di sopportare i danni che certi ottuagenari fanno al nostro gerontocratico paese e alla cosa pubblica per i propri (e qui val proprio la pena di dirlo) porci comodi. facendosi poi beccare a sghignazzare tra di loro riferendosi i commenti estasiati che le loro performances hanno fatto scaturire dalle appagate donzelle.

smettetela. fatevene una ragione. ve lo dicono per interesse, non siete dei fenomeni. e io sono stanca di soprassedere e passare oltre per educazione. ve lo dicono perchè dandovi questo contentino voi favorirete la loro assunzione rispetto a quella del candidato più qualificato in un qualsiasi posto di lavoro su cui abbiano messo gli occhi.

fatemi vedere qualche faccia giovane in giro. vi prego. datemi almeno l’illusione che la possibilità ci sia.

non mostratemi solo la dottoressa sara tommasi, che in questo video evidenzia chiaramente chi lei è. un’esperta di finanza che, interrogata sullo spread e i bond, strilla “amoreeeee! che cos’è lo spread?” nello stesso modo in cui io chiedo (a voce più moderata) a mio marito che cos’è il puligny montrachet. solo che io mica mi spaccio per sommelier. un perfetto esempio di quanto sopra, ossia di persona che, adulando di qua e adulando di là (l’eufemismo è perchè sono una signora) alla fine casca sempre in piedi. anche se ormai è ridotta ad…ehm, adulare scilipoti.

ieri sera ho visto matteo renzi in collegamento video da un teatro di firenze discutere,  moderati da lilli gruber, con vittorio sgarbi. renzi non è nelle mie grazie, questo lo premetto. ha strizzato l’occhiolino un po’ troppe volte a berlusconi in passato perchè io me ne possa dimenticare.

ma il confronto col decadente occhialuto lo ha fatto brillare come una supernova. l’affermazione di sgarbi per cui il finanziamento ai partiti si può abolire, ma se lo si lascia,  poi non si può entrare nel merito di come viene utilizzato. che sono soldi dati a fondo perduto, e che se non si impiegano per le attività del partito si fa bene ad impiegare per regalare una porsche al suo fondatore, o al di lui figlio.  che non si deve rendere conto di niente e non si deve restituire niente. insomma io l’ho trovato inaudito. offensivo. disgustoso.

scusate se spero di non essere l’unica a cui in questo momento storico, con le persone che quotidianamente riempiono le cronache per essersi tolte la vita, oppresse dal peso di un fisco sempre più asfissiante e dalla mancanza di prospettive per il futuro, certe affermazioni fanno ribollire il sangue.

che poi, la prospettiva è quella che fa più male. perchè se i sacrifici che ci vengono chiesti servissero a regalarci la speranza di un’esistenza più equa, più giusta e più meritocratica, si affronterebbero con maggiore coraggio. e invece no, sfogli un’altra pagina di quotidiano e ti trovi davanti calearo e i suoi 12.000 euro al mese per non presentarsi nemmeno, come lui stesso dice, “a spingere un bottone” in parlamento. risfogli, il vitalizio a cicciolina. risfogli, lusi. risfogli, belsito.

e nella mente un pensiero solo: abbelli… qui, o riparate il secchio da tutti questi buchi, oppure con quale coraggio ci venite a chiedere di sacrificare la nostra acqua per buttarla lì dentro?

e dire che la lega in questi anni aveva fatto leva proprio sulla stanchezza degli elettori di dover contribuire a sprechi e lussi della casta. e al grido di “roma ladrona” aveva preso in mano il forcone e si era voluta connotare come l’unico partito politico che si focalizzava sui veri bisogni dell’elettorato. che non si faceva coinvolgere nel mangia-mangia capitolino. per rendere il tutto ancora più convincente, adottavano anche abbigliamenti da galera, canotte a costine, elmi con le corna, cravatte verde semaforo. comunicavano con linguaggi primitivi, dito medio e via andare.

come devono essere delusi coloro che ci avevano davvero creduto.

beh, almeno questo, se non altro. almeno questo dolore qui me lo sono risparmiato.

buio

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