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Archivio per la categoria ‘religione’

il ministro profumo ha alzato un polverone affermando che dovrebbe essere eliminata l’ora di religione dai programmi delle scuole italiane. o meglio, questo è quello che hanno voluto intendere coloro che hanno poi preso parte attiva al suddetto polverone: in realtà la proposta del ministro è un po’ diversa.

ha ancora senso, dice, nel 2012, in un’italia e in una scuola sempre più multietniche, un’ora di catechismo fatto e finito? perchè di questo si tratta. catechismo. spiegato, quindi, giustamente da sacerdoti.

ora, obietterete che da anni ormai l’ora di religione non è più obbligatoria, è una libera scelta e agli studenti vengono offerte diverse alternative, dal libero studio (leggi: svolgimento dei compiti non svolti a casa per il giorno stesso, nella migliore delle ipotesi. abbiate la decenza di ammetterlo, siamo stati tutti studenti…), allo studio assistito (come sopra ma con un insegnante in cattedra che legge i suoi quotidiani), all’insegnamento di materie alternative (del tipo in-realtà-non-è-chiaro-non-è-che-nessuno-abbia-mai-approfondito-per-davvero),  o in ultima analisi, la libera uscita dall’istituto (lo studente va a sbrigare le sue commissioni? fa la spesa? torna in classe col sacchetto della frutta e verdura?).

in sostanza, la scelta è tra un’ora di catechismo confessionale tout court, e un’ora di tempo libero.

mi corre l’obbligo di sottolineare che stiamo parlando di scuola. l’idea è che chi sta seduto su quelle sedie e appoggia i gomiti su quei banchi dovrebbe apprendere qualcosa. quelli che stanno seduti sulle altre sedie e appoggiano i gomiti sulla cattedra sono lì per far sì che questo accada. per questa missione vengono retribuiti (poco o tanto, ma questa è una questione su cui non vorrei addentrarmi adesso) dal ministero dell’istruzione, anche i sacerdoti. ed è giusto che sia così, se insegnano. ognuno la sua materia, matematica, scienze, greco, disegno. cultura religiosa, ad esempio.

chi può dirlo, magari studiare le religioni del mondo in modo approfondito, evitando le semplificazioni e le banalizzazioni a cui questo studio viene inevitabilmente sottoposto in un paese a forte vocazione cattolica come il nostro (a scanso di equivoci, io sono cattolica. io credo. ma credo anche che l’informazione e la cultura in tema di altre religioni non possa essere considerata opzionale), finirebbe per aiutare tutti ad avere un approccio più rispettoso e più “educato” verso tutte le forme di dottrina esistenti. “educato” proprio in senso letterale: istruito, informato, senza luoghi comuni ridicoli tipo che i tutti i musulmani maltrattano le donne (come se esistesse un precetto islamico che lo caldeggi), o che le ragazze cattoliche non fanno l’amore prima di sposarsi e altre emerite baggianate.

mi piacerebbe vivere in un paese dove la religione non viene trattata con tanta approssimazione, nè la mia nè le altre.

e se davvero decidiamo che saperne di più delle altre forme di dottrina religiosa non ci interessa, allora offriamo almeno a questi ragazzi delle lezioni di etica. un insegnante con i… insomma, un insegnante di tutto rispetto che si sieda davanti a loro alcune volte al mese e che si prenda l’onere di trasferire alle loro menti e ai loro cuori la coscienza che esistono comportamenti oggettivamente giusti e comportamenti oggettivamente sbagliati. la voglia, ai bivi della loro vita, di scegliere per il bene. il grande valore della buonafede. l’amore per la sensazione di coscienza leggera.

molti penseranno che questo tipo di insegnamenti non dovrebbero essere affidati alla scuola, bensì alla famiglia.

è ovvio che nessuno meglio dei genitori può, con il suo esempio, spiegare a un figlio il significato della parola “etica”.

non si tratta di sostituirsi alla famiglia. semmai di affiancarla con lo stesso messaggio, oppure, quando il messaggio in famiglia   sia purtroppo assente o discordante, offrire un ulteriore punto di vista al bambino, al ragazzo.

si tratta di dare eventualmente qualche strumento in più per mettere i giovani in condizione di crescere  avendo come metodo il rifiuto della scorrettezza, delle ingiustizie e dei pregiudizi. maturare comprendendo che scagliarsi contro la disonestà è sacrosanto, scagliarsi contro l’omosessualità invece è una grave forma di prevaricazione, e che tra le due cose c’è una differenza sostanziale.

quanto sarebbe bello anche solo accendere una discussione tra studenti su questioni di principio. le discussioni hanno questo di buono. magari lì per lì ti scanni verbalmente per sostenere il tuo punto di vista, ma quello degli altri inevitabilmente ti si pianta in un angolo del cervello, magari contro il tuo desiderio, ma si ferma lì; perchè le loro parole le hai sentite, e una volta che una cosa l’hai sentita non puoi più non saperla: ti germina nella testa. e magari, solo magari, un pochino ti cambia.

e poi, obiettivamente, non è comunque più utile e più educativo che permettere loro di giocare a briscola sotto il banco mentre un sacerdote invano cerca di interessarli ai riti della penitenza?

chissà, forse un po’ di etica in più farebbe smettere i commessi dell’ikea di ridere tutte le volte che prima di uscire dal negozio riconsegno loro la matitina che ho utilizzato.

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mi considero, e penso non a torto, una persona moderatamente tollerante e decisamente ragionevole.

nel corso della mia vita fino ad ora ho avuto l’occasione e la fortuna di viaggiare parecchio, di entrare a contatto con ambienti dei più disparati, con culture diverse, a volte diversissime dalla mia cultura di origine. ho conosciuto persone infiammate da idee politiche delle più varie direzioni e correnti. persone accese da ideali e persone senza scintille. ho visitato luoghi nei quali certi gesti che per noi occidentali sono completamente normali, diventano offensivi e viceversa.

ho imparato, a volte sbagliando, che il rispetto degli usi e costumi di un territorio è sacro. che il fatto che io sia italiana e che i bermudini d’estate in italia siano stati sdoganati quasi dovunque, non mi autorizza a metterli per passeggiare in un paese nel quale le donne non sono avvezze ad esibire la seconda metà delle loro gambe. e se sono a tokyo col raffreddore, cerco di tenere a mente che per soffiarmi il naso è opportuno che prima mi ritiri nella privacy di una toilette, togliendo i miei interlocutori dall’imbarazzo di non volermi più stringere la mano dopo l’operazione esibita pubblicamente.

trovo che sia ragionevole il fatto che ogni nazione abbia una religione ufficiale, e che chiunque viva lì, pur mantenendo naturalmente piena libertà di culto per se stesso, sia tenuto almeno al rispetto della tradizione religiosa locale (rispetto che peraltro ha comunque diritto di aspettarsi ricambiato verso la sua). niente atteggiamenti sprezzanti, immagini bruciate, parole irriverenti.  rispetto, come si deve ad ogni cultura e ad ogni forma religiosa. rispetto, che non significa “attivamente divenire discepolo di ogni cultura e ogni forma religiosa”.

il 20 luglio è cominciato il ramadan, il periodo lungo un mese durante il quale i fedeli di religione islamica si devono astenere dall’alba al tramonto dal bere, mangiare, profumarsi, fumare e avere relazioni sessuali (…accidenti. provo ad immaginarmi di dover passare un periodo così e mi chiedo dopo qualche giorno su quale di queste cose finirei per lanciarmi per prima, al sopraggiungere sospirato del tramonto,  se sulle tagliatelle, sul pacchetto di davidoff gold, sul chinotto o su mio marito… :-)   )

il ministero dell’interno dell’arabia saudita ha diramato la comunicazione che anche i cittadini non musulmani saranno tenuti a rispettare questa prescrizione religiosa, pena l’espulsione dal paese e la cancellazione del loro permesso di soggiorno e di lavoro. tenete conto che in questa nazione i cittadini sauditi sono 19 milioni, a fronte di comunque 8 milioni di lavoratori asiatici di altre zone e diverse centinaia di migliaia di emigrati di altre nazionalità. verosimilmente molti di loro praticano culti diversi da quello islamico.

mi sono ricordata tutte le polemiche che sono state fatte in italia per il crocifisso nell’aula scolastica o in altre aree pubbliche. ho pensato a tutti coloro che si  sono riempiti la bocca del rispetto verso chi frequenta quelle stanze e crede in altri dei. senza mostrare però il giusto rispetto anche nei confronti di una nazione e delle sua religione ufficiale, alla quale ognuno di noi può aderire o meno, ma è una sua intima scelta.  mi piacerebbe conoscere il parere di queste persone riguardo a questa nuova regola saudita: sarei curiosa di sapere se trovano rispettoso nei confronti di chi appartiene ad un credo diverso essere costretti non tanto a mostrare rispetto, cosa appunto doverosa,  ma addirittura ad adempiere a prescrizioni rituali che a loro sono estranee. i funzionari sauditi non si limitano (metaforicamente, ovvio)  ad appendere il crocifisso: ti obbligano a inginocchiarti sotto e a recitare il padre nostro.

non mi piacciono mai i due pesi e le due misure. non trovo giusto che certe culture si sentano in diritto di imporsi sugli emigranti in casa loro, a tutti i livelli, salvo poi diventare impermeabili all’integrazione e all’accettazione di regole di vita (e non parlo di pratiche cultuali, eh) diverse quando dalla parte di chi emigra ci si trovano loro.

ci dev’essere una giusta regola: un sacrosanto rispetto verso tutti e dovunque.

altrimenti poi mi tocca leggere sul corriere che un facchino egiziano si è licenziato dall’hotel danieli di venezia perchè malsopportava di dover ricevere degli ordini dalla governante, appunto, una femmina. e ha dato le dimissioni.

ora, facchino egiziano, lascia che io ti spieghi una cosa: in italia lavorano gli uomini e lavorano le donne. ogni mestiere è dignitoso (a meno che tu non sia un’olgettina o un politico) e merita di essere svolto con coscienza e serietà. gli uomini e le donne meritano lo stesso,  medesimo,  identico rispetto da parte di ciascuno.  che il tuo superiore sia un uomo o una donna, mio caro, a te non deve riguardare. svolgi il tuo lavoro onestamente e vai avanti.

fosse successa una cosa del genere a parti invertite in arabia saudita, l’occidentale avrebbe avuto il foglio di via prima di riuscire a pronunciare la parola samsonite.

la cosa grave è che l’hotel danieli invece non l’ha mandato a stendere come avrebbe meritato. ha affiancato alla donna una seconda figura, ovviamente maschile, che ha il compito di trasmettere gli ordini della signora al facchino dallo stomaco delicato.

la cosa grave è che siamo noi per primi a non mostrare rispetto per noi stessi.

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evidentemente questo è un argomento che coinvolge solo chi crede in Dio. e più specificamente, in Gesù Cristo. se credete in Dio ma non condividete sempre tutte le posizioni che assume il vaticano, mi spiace ragazzi, cattive notizie: la quaresima riguarda anche voi. perchè è una questione intima e, se preferite, anche segreta tra creatura e creatore. il clero non c’entra nulla.

dura quaranta giorni, ossia un mese e una settimana circa. nasce dal voler ricordare i quaranta giorni durante i quali il Signore si è sottoposto volontariamente alle tentazioni nel deserto. il primo che commenta dicendo che nel deserto di tentazioni ce ne sono poche vince una copia del catechismo in omaggio: se le mie rimembranze di pupetta non mi ingannano era il diavolo che ne procurava a bizzeffe, con le sue provocazioni. ma il Signore, niente. nada. satana gli faceva l’effetto di amauri ai portieri. e guardate che quaranta giorni non sono mica pochi.

per i cattolici sono quaranta giorni di penitenza e di preghiera. per i non cattolici tutto scorre come al solito, nessun cambiamento. per gli agnelli e i capretti, beh, in prospettiva loro sono i più sfigati :-) (si può dire sfigati su un blog? è un termine ormai sdoganato da michel martone, giusto?)

storicamente la forma tangibile di penitenza che la chiesa chiedeva ai cattolici era il digiuno tutti i venerdì delle settimane di quaresima. la rinuncia ai pasti per un giorno era considerata il simbolo della partecipazione del fedele alle tormentate vicende di Gesù, che ogni anno ricordiamo in questo periodo. nel tempo, dal digiuno si è passati all’astinenza dalle carni (del genere, ok, mangiate ma almeno mangiate qualcosa che sia di poco sfarzo). io credo che al fedele, dopo tutti i crostoli e le frittelle alla crema che si è scofanato a carnevale, religiosità a parte, un pò di morigeratezza alimentare non lo ammazza di sicuro.

il dettame dell’astinenza dalle carni, col passare del tempo,  ha portato grande benessere a tutti i banchi delle pescherie. e il senso ha finito per essere travisato. mi spiegate che penitenza sarebbe rinunciare alla fettina di tacchino per spazzolarsi invece gamberi e spigola? il mercoledì delle ceneri dalle mie parti è noto meglio come  “dì dea renga”, il giorno dell’arringa, pesce poco costoso che veniva preparato tradizionalmente per segnare la fine dei frizzi e lazzi sciampagnosi del martedì grasso.

ma appunto, dea renga. non della capasanta.

questo andazzo dev’essere stato notato e non gradito, se è vero, come mi dicono, che recentemente le carni sono state riabilitate per le categorie di persone che ne possono avere reale bisogno, ed è previsto che si possa sostituire il sacrificio alimentare con una qualsiasi altra forma di rinuncia purchè autentica. è qui che la faccenda si è fatta personale. un intimo patto tra noi e il Creatore. Lui solo sa se lo stiamo facendo sul serio o no. mica si infinocchia, uno così.

da piccini era più facile: suor rosetta ci dava alla scuola materna una specie di salvadanaio di cartoncino con scritto “un pane per amor di Dio”. il compito era quello di metterci dentro tutti i nostri risparmi durante il periodo quaresimale e, dopo la pasqua, riconsegnarlo, permettendo alle suorine dell’asilo di unire i nostri sacrifici a quelli altrui e alleviare le difficoltà di qualche bisognoso. tra l’altro io avevo una tecnica di raccolta piuttosto efficace. mettevo qualche monetina dentro e poi quotidianamente passavo nei di pressi dei miei adorati genitori scuotendo vigorosamente il mio salvadanaio di cartone e dicendo “offerte!!!”.

per far cessare velocemente quella molestia mi mollavano subito qualcosa; e per evitare di contribuire ad un peggiore, aumentato e rinnovato tintinnìo il giorno dopo, tendenzialmente davano un obolo-banconota. non potete dire che non avessi pensato a tutto :-)

dicevo, da piccini era tutto qui: salvadanaio e sogliola il venerdì.

ora si fa sul serio. occorre mettere sul piatto un sacrificio vero, se davvero ci crediamo.

niente scorciatoie: inutile che scilipoti prometta di non dire niente di intelligente per 40 giorni. o che il conte dracula si impegni a non bere alcolici. non può essere una cosa all’acqua di rose. ad esempio, io potrei garantire di non gufare all’inter fino a pasqua.

ok, ho detto potrei. mo’ non esageriamo.

:-)

 

 

 

 

 

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