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Archivio per la categoria ‘pensieri’

recentemente mi è capitato di riflettere su ciò che si definisce “politicamente corretto”.

su come ad un certo punto nella storia si sia stabilito che non era più accettabile che i termini preposti a definire una qualsiasi minoranza  contenessero implicitamente un giudizio di valore sulla stessa, generalmente negativo. il lodevole intento ebbe origine, come è facile indovinare, negli stati uniti d’america, la culla che ospita ogni genere e forma di minoranza sul pianeta, nella prima metà del 1900. fu il momento in cui i termini “negro” e “nero” furono sostituiti da “afroamericano” o tutt’al più “di colore”.

da allora il politicamente corretto ne ha fatta di strada, sia dal punto di vista geografico (si è sparso un po’ in tutto il globo), sia ampliando i confini della sua azione.

la critica che più di frequente viene mossa a questo approccio linguistico, è di essere, appunto, squisitamente linguistico, e quindi superficiale, di facciata, addirittura a volte offeso come ipocrita. sono profondamente in disaccordo con questa visione. dissento completamente da chi afferma che il linguaggio che si adopera sia una parte superficiale di ciò che siamo e del nostro vissuto. sono davvero convinta che le regole che ci diamo per parlare meglio, col tempo ci portino anche a pensare meglio, e in ultima analisi a vivere meglio ed essere persone migliori.

perciò credo che l’azione svolta dal politicamente corretto abbia avuto una grande importanza: forse non staremmo qui a discutere (e sempre troppo se ne discute e poco si fa) dei diritti delle coppie gay se non si fosse arrivati a stabilire che chiamare froci, finocchi, recchioni e tuttilrestappresso gli omosessuali non era rispettoso della loro dignità. la parola gay, o omosessuale, non lo sottovalutate, ha avuto il suo peso nei piccoli passi avanti che sono stati fatti.

poi, come spesso accade, i paladini di questa dottrina non sono riusciti a capire il giusto limite. hanno cominciato a trovare termini neutri anche per sostituirne alcuni che non erano minimamente offensivi. facendo in questo modo i 360 gradi della ruota e diventando loro i discriminatori. perchè, quale ragione ci potrà mai essere di cercare un modo diplomatico di definire uno stato se quello stato non è considerato negativamente?

mi spiego meglio. davvero pensiamo che un cieco si senta ghettizzato dalla parola che definisce la sua patologia? e che sentirsi chiamare “non vedente” lo faccia sentire meglio? hmmm. ho qualche dubbio. penso piuttosto che un cieco in italia si sentirebbe meno vittima della sua condizione se invece che concentrarci su come chiamarlo, ci attrezzassimo a livello infrastrutturale per far sì che fosse un filino più semplice per lui (o lei) condurre una vita normale. tanto per dire, eh.

operatore ecologico, addetto cimiteriale, collaboratore scolastico. siamo proprio sicuri che il problema stia nel termine, e non nella testa di chi usa il termine “bidella” come termine di paragone della pochezza di risorse intellettuali e di cultura, opposto a “deputate”? (grazie, onorevole finocchiaro. tra l’altro il parco-deputate che vede quando si guarda attorno dovrebbe farla riflettere).

il troppo stroppia, secondo me. e rovina anche quel tanto di buono che c’è stato.

per la cronaca, vorrei mettere allo studio coatto tutti quegli ebeti che hanno accusato il film di quentin tarantino, django unchained, di essere un’apologia dello schiavismo. buffoni. ridicoli. quel film è l’esatto opposto. e sapete su che cosa fondano la loro critica? sul fatto che nel corso dello svolgimento dell’azione spesso e volentieri si sente usare il termine “nigger”, negro. signori della corte, il film in questione è ambientato negli stati del sud durante lo schiavismo. esattamente, come pensavate che li chiamassero, “signor afroamericano”?

ma non voglio difendere quenti, non ne ha bisogno. se gli rompono le scatole lui si gira e gli spara, come de niro a bridget fonda in quella meravigliosa scena di jackie brown… :-)

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guidare in autostrada è per definizione il tipo di guida che più distende i nervi e rilassa. niente continui stop and go come nei centri abitati che, giocoforza, sono costretti a utilizzare semafori e rotonde. niente pedoni che, lebensmüde, si lanciano in modo pirotecnico davanti alle tue ruote ignare. nessun bisogno di fare attenzione a sensi unici e incroci. insomma, a meno che non abbiate beccato un’autostrada gremita  all’ora di punta, guidare qui è oggettivamente più riposante.

se mi guardo indietro e cerco nella mia memoria i ricordi in cui ho percepito maggiormente la sensazione di tranquillità ed equilibrio devo ammettere che in alcuni di questi mi trovavo alla guida della mia adorata vettura in autostrada. tanto quanto le mie rimembranze di stati d’animo pugnaci e forcaioli hanno spesso come sfondo il traffico in città :-)

epperò. c’è sempre un però.

c’è sempre qualcuno che riesce ad avvelenarti anche le gioie semplici. qualche malvagio  che infila un granello di sabbia nell’ingranaggio-equilibrio delicato del pilota alla guida, rompendo l’incantesimo della sua imperturbabilità.

avete presente quando state guidando su un’autostrada poco trafficata, e il sole si riflette sul vostro parabrezza, e il motore fa un rumore che è talmente liscio da sembrare assenza di rumore, e l’aria col viso non la fendete solo perchè siete dentro all’abitacolo, ma la sensazione di fenderla ce l’avete? ecco, solo un marrano può rovinare quel momento. epperò, come dicevo, di marrani è pieno il mondo.

a beneficio dei marrani, e a rischio di scrivere queste cose solo per gli occhi di coloro ai quali non servirebbe dirle (perchè i marrani sono troppo occupati a infestare le autostrade per leggere), lasciate che io possa sottolineare un paio di punti.

 

regola numero uno della guida autostradale.

si corre sulla corsia libera più a destra.

questo non è un consiglio: è la legge.

viaggiare per sfizio sulla corsia di mezzo è stupido, irritante e, quel che è peggio, pericoloso. eppure avete fatto caso a quanti automobilisti lo fanno? provate a fare anche solo una cinquantina di chilometri su una qualunque delle nostre strade a scorrimento veloce: vi renderete conto che è quasi la norma.

mi chiedo se non si rendano conto dei pericoli che causano. chi rispetta il codice della strada e sopraggiunge sulla loro destra, nel caso volesse sorpassarli si trova a dover scegliere tra due alternative, entrambe non prive di rischi.

possibilità numero uno,  procede dritto sulla sua corsia ignorandoli e, badate bene, non commettendo alcuna infrazione in realtà. il codice vieta il sorpasso a destra, non il superamento.

possiamo sindacare sulla saggezza di questa manovra, che mette a repentaglio in ogni caso la sicurezza visto che impedisce l’eventuale rientro in corsia di destra al marrano, qualora improvvisamente ritrovasse il lume della ragione. ma non sulla sua legalità dal punto di vista delle norme della circolazione. e se per caso siete il marrano,  e state leggendo,  e pensate che chi vi sfila via a destra è uno stronzo, chiedetevi come ha fatto lo stronzo a trovare spazio e chi tra di voi sia davvero nel posto sbagliato.

possibilità numero due, dalla corsia di destra l’automobilista corretto circumnaviga il marrano come un moderno vasco de gama,  e con un uno-due chachacha passa prima sulla sua stessa corsia, poi, con un balzo felino, sulla terza.

manovra carica di possibili rischi quanto un nuvolone grigio di possibile pioggia.

un paio di settimane fa ho perfino fatto la prova del nove. a ognuno dei marrani che incontravo, mi piazzavo dietro di lui e facevo i fari. pensavo, forse si è distratto, vedendo i fari comprenderà di essere al posto sbagliato e si sposterà. volete sapere quanti si sono spostati in 300 chilometri? uno.

signori, utilizzare la corsia di destra non è un’umiliazione.

 

corollario alla regola numero uno della guida autostradale.

c’è un’eccezione piuttosto importante a questa regola. mi spiego:  esiste un caso, e uno solo, in cui è opportuno spostarsi di default sulla seconda corsia.

in corrispondenza degli ingressi e dei raccordi.

non fate i super marrani,  non lasciate quei poveracci inchiodati lì fermi ad aspettare che qualcuno dia loro strada. è proprio una marranata.

 

regola numero due della guida autostradale.

se siete un tir e state guidando su un’autostrada a due corsie, non sorpassate un vostro collega. (meglio sarebbe non farlo neanche se ci sono tre corsie)

affrontiamo la realtà, non siete delle lamborghini. siete dei mezzi pesanti, grossi, dalle ruote enormi, che hanno limitazioni legali ma anche proprio intrinseche alla velocità che possono raggiungere. per sorpassare un collega ci mettete venti minuti, e nel frattempo avete rischiato di causare tamponamenti e guai vari. e nella migliore delle ipotesi avete imbottigliato tutto il traffico.

 

regola numero tre della guida autostradale.

bando all’ipocrisia. non è sufficiente andare piano. anzi, su queste strade andare troppo piano è pericoloso quanto andare troppo veloce.

la realtà è che bisogna guidare col buonsenso e col cervello accesi.

e ora spostatevi :-)

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siamo un paese di ipocriti veri se ci scandalizziamo che allo stadio i tifosi di parte opposta urlino buuu all’indirizzo di boateng.

posto che boateng è di colore, che c’azzecca (come direbbe mio marito)?

buuuu da che mondo è mondo è il verso del disappunto sportivo, e mica solo sportivo.

buuuu, rivogliamo indietro i soldi!!! diceva ridendo il mio papà quando da piccola gli inscenavo davanti dei graziosi balletti le cui mosse mutuavo da raffaella carrà. (non ha mai avuto grande competenza sull’arte tersicorea,mio padre.  i balletti in realtà erano belli assai).

buuuuu dice anche la mia mamma a tutte le squadre che giocano contro la juve, nonostante tutti i miei anni di tentativi di istruirla a dire qualcosa di più aggressivo. insomma, io le insegno a dire “nomedellasquadra”+mer.. (avete capito) e lei dice solo “nomedellasquadra” buuuuu,  oppure “nomedellasquadra” (ma non facevo prima a dire inter e basta?) kaput. queste sono le due ingiurie sportive a cui scende senza grossi problemi perfino la mia delicatissima mamma, quella che non pronuncia neanche la parola “stupido”.

ora, che a un giocatore di calcio possano arrivare dei buuuu dagli spalti succede dalla notte dei tempi. fa parte del pacchetto calcio.non ti sta bene? diventa un tennista. o un golfista.

poi gli insulti urlati possono essere più o meno di cattivo gusto, e su questo concordo.

ci provò anche balotelli ad un certo punto: dei tifosi avevano cantato “se saltelli muore balotelli”. il suo delicato animo fu ferito e tutta l’opinione pubblica gridò allo scandalo e al razzismo. fino al momento in cui cristiano lucarelli, bianco invece come un tomino, dichiarò che il motivo del coro era l’assonanza del cognome, non il colore della pelle,  e che lui sopportava “se saltelli muore lucarelli” da vent’anni. balotelli, affronta la realtà. ti urlano contro perchè sei un cretino, non perchè sei di colore.

il razzismo è un’altra cosa. è il gruppo di persone che in un locale, tra l’altro di proprietà di un individuo che ricopre una carica pubblica, intona canti raccapriccianti dal tema antisemita. è l’ ondata di nazionalismo estremo e spinto che sta nascendo in troppi paesi ormai. è il fatto che in francia abbiano dovuto cancellare una pletora di hashtag di tipo nazista, proprio in un paese in cui la multietnia, per ragioni storiche, è una realtà da molto. è il fatto che esiste ancora gente che nega l’esistenza dei campi di concentramento.

è anche il fatto che, nel giorno della memoria della shoah, un politico italiano non ha trovato di meglio da fare che cercare di sottolineare i meriti del fascismo, circoscrivendo e minimizzando d’altro canto le azioni funeste di cui si è macchiato. non entro nemmeno nel merito del giudizio espresso, ma solo in quello dell’opportunità di esprimerlo in quella precisa occasione. coronando poi  il tutto addormentandosi in pubblico durante la cerimonia ufficiale. chapeau.

verrebbe da augurargli buuuuuona notte… :-)

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quello che bisogna concedere loro, è che i nostri politici l’hanno capito che serve un grosso, radicale cambiamento.

il problema è che non hanno capito quanto grande.

brancolano nel buio del dubbio e fanno dei goffi tentativi di lanciare qualche idea rivoluzionaria a poco prezzo, sperando che passi per una grande innovazione e risolva l’impasse.

cambiano il nome ai loro schieramenti. me li immagino mentre tra di loro si confrontano e dicono, ma sì, chiamiamoci in quest’altro modo. magari gli italiani non ci vogliono più votare perchè il nome vecchio non gli piace.

passano ore e ore a visionare dvd della campagna elettorale americana appena conclusa, per rubare strategie e linee guida vincenti. molti hanno lodato l’apertura di obama nei confronti delle coppie omosessuali e dell’elettorato femminile? ecco vendola prendere la parola e dire che lui ha come priorità sulla lista l’accesso delle coppie gay alle pratiche di adozione. e che in caso di vittoria, metà del suo governo sarà composto di donne. mostrando quindi impietosamente come lui stesso sia ancora impelagato in una pozza di luoghi comuni e pregiudizi ormai veramente stantii.  possibile che nessuno si renda conto che stabilire a priori una presenza femminile, un numero vero e proprio, in qualsiasi tipo di attività significa già partire con un pregiudizio? perchè ancora non sento dire invece “il mio governo sarà privo di condannati. non solo: sarà privo di indagati. anzi, di più: sarà fatto di gente onesta. e magari pure mediamente competente” (non sull’agopuntura magari. thank you mr. scilipoti).

qualcuno i giorni scorsi ha lodato il modo in cui negli usa il candidato sconfitto si è immediatamente congratulato con il presidente eletto e si è messo a disposizione per aiutarlo a governare. che poi intenda farlo o meno.

deve aver visto la stessa trasmissione anche bersani, perchè subito dichiara “il mio governo sarà aperto al dialogo con altre forze”. ah sì? anche con matteo renzi?

ieri è andato in onda su sky un confronto tra esponenti del pd che intendono candidarsi alle primarie.

era stato assai pubblicizzato dall’emittemte, e in un paio di occasioni mi era capitata sotto gli occhi un’immagine dei cinque (renzi, bersani, puppato, vendola e tabacci) vestiti da fantastici quattro più silver surfer; l’avevo subito mentalmente derubricata a burla del solito spiritosone online. come quelli che mettono il gatto in testa ad antonio conte, per intenderci (ai quali il gatto io lo metterei addosso ma dopo averlo innaffiato con la gomma del giardino, così imparano).

scopro stamani con orrore che invece il fotomontaggio è opera del pd stesso.

e mi rendo conto che la comicizzazione della politica in questo paese ormai è fuori controllo. questi fanno più ridere di crozza, che invece è diventato uno dei pochi a dire cose di vagamente sensato in tv.

ci siamo capovolti.

cerco di essere più chiara, perchè probabilmente anche voi, come me, faticate a credere ai vostri occhi. questi cinque signori non hanno ravvisato niente di indecoroso a farsi travestire da fantastici quattro (più silver surfer. uno che è sempre stato avulso dalla “famiglia” dei fab four, tanto quanto tabacci peraltro lo sembra dal pd) per reclamizzarsi politicamente.

bersani nei panni di ben grimm, la cosa, l’uomo di pietra (???) col sigaro in bocca. sigaro che appare aver dato alle fiamme dalla cinta in giù  matteo renzi, l’uomo torcia lì accanto. la puppato si traveste da donna invisibile, e senza troppo sforzo. vendola con quella tutina sembra uno di quelli lì di star trek, come si chiamano, quelli con le orecchie a punta, non vegani mannaggia, quelli sono quelli contro le bistecche…insomma avete capito. tabacci-silver surfer sembra un fotomontaggio anche ideologico, oltre che fotografico. nel senso che chiaramente appartiene ad un altro milieu culturale e politico, ha idee e priorità diverse, e non si capisce che ci faccia lì in mezzo.

che tristezza. penso agli uomini politici che hanno governato l’italia nei decenni, e ricordo i loro volti, le loro azioni, i loro sbagli, gli enormi difetti, le colpe. eppure io credo che a giovanni spadolini nessuno avrebbe mai potuto persuaderlo a travestirsi da mister fantastic.

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il ministro profumo ha alzato un polverone affermando che dovrebbe essere eliminata l’ora di religione dai programmi delle scuole italiane. o meglio, questo è quello che hanno voluto intendere coloro che hanno poi preso parte attiva al suddetto polverone: in realtà la proposta del ministro è un po’ diversa.

ha ancora senso, dice, nel 2012, in un’italia e in una scuola sempre più multietniche, un’ora di catechismo fatto e finito? perchè di questo si tratta. catechismo. spiegato, quindi, giustamente da sacerdoti.

ora, obietterete che da anni ormai l’ora di religione non è più obbligatoria, è una libera scelta e agli studenti vengono offerte diverse alternative, dal libero studio (leggi: svolgimento dei compiti non svolti a casa per il giorno stesso, nella migliore delle ipotesi. abbiate la decenza di ammetterlo, siamo stati tutti studenti…), allo studio assistito (come sopra ma con un insegnante in cattedra che legge i suoi quotidiani), all’insegnamento di materie alternative (del tipo in-realtà-non-è-chiaro-non-è-che-nessuno-abbia-mai-approfondito-per-davvero),  o in ultima analisi, la libera uscita dall’istituto (lo studente va a sbrigare le sue commissioni? fa la spesa? torna in classe col sacchetto della frutta e verdura?).

in sostanza, la scelta è tra un’ora di catechismo confessionale tout court, e un’ora di tempo libero.

mi corre l’obbligo di sottolineare che stiamo parlando di scuola. l’idea è che chi sta seduto su quelle sedie e appoggia i gomiti su quei banchi dovrebbe apprendere qualcosa. quelli che stanno seduti sulle altre sedie e appoggiano i gomiti sulla cattedra sono lì per far sì che questo accada. per questa missione vengono retribuiti (poco o tanto, ma questa è una questione su cui non vorrei addentrarmi adesso) dal ministero dell’istruzione, anche i sacerdoti. ed è giusto che sia così, se insegnano. ognuno la sua materia, matematica, scienze, greco, disegno. cultura religiosa, ad esempio.

chi può dirlo, magari studiare le religioni del mondo in modo approfondito, evitando le semplificazioni e le banalizzazioni a cui questo studio viene inevitabilmente sottoposto in un paese a forte vocazione cattolica come il nostro (a scanso di equivoci, io sono cattolica. io credo. ma credo anche che l’informazione e la cultura in tema di altre religioni non possa essere considerata opzionale), finirebbe per aiutare tutti ad avere un approccio più rispettoso e più “educato” verso tutte le forme di dottrina esistenti. “educato” proprio in senso letterale: istruito, informato, senza luoghi comuni ridicoli tipo che i tutti i musulmani maltrattano le donne (come se esistesse un precetto islamico che lo caldeggi), o che le ragazze cattoliche non fanno l’amore prima di sposarsi e altre emerite baggianate.

mi piacerebbe vivere in un paese dove la religione non viene trattata con tanta approssimazione, nè la mia nè le altre.

e se davvero decidiamo che saperne di più delle altre forme di dottrina religiosa non ci interessa, allora offriamo almeno a questi ragazzi delle lezioni di etica. un insegnante con i… insomma, un insegnante di tutto rispetto che si sieda davanti a loro alcune volte al mese e che si prenda l’onere di trasferire alle loro menti e ai loro cuori la coscienza che esistono comportamenti oggettivamente giusti e comportamenti oggettivamente sbagliati. la voglia, ai bivi della loro vita, di scegliere per il bene. il grande valore della buonafede. l’amore per la sensazione di coscienza leggera.

molti penseranno che questo tipo di insegnamenti non dovrebbero essere affidati alla scuola, bensì alla famiglia.

è ovvio che nessuno meglio dei genitori può, con il suo esempio, spiegare a un figlio il significato della parola “etica”.

non si tratta di sostituirsi alla famiglia. semmai di affiancarla con lo stesso messaggio, oppure, quando il messaggio in famiglia   sia purtroppo assente o discordante, offrire un ulteriore punto di vista al bambino, al ragazzo.

si tratta di dare eventualmente qualche strumento in più per mettere i giovani in condizione di crescere  avendo come metodo il rifiuto della scorrettezza, delle ingiustizie e dei pregiudizi. maturare comprendendo che scagliarsi contro la disonestà è sacrosanto, scagliarsi contro l’omosessualità invece è una grave forma di prevaricazione, e che tra le due cose c’è una differenza sostanziale.

quanto sarebbe bello anche solo accendere una discussione tra studenti su questioni di principio. le discussioni hanno questo di buono. magari lì per lì ti scanni verbalmente per sostenere il tuo punto di vista, ma quello degli altri inevitabilmente ti si pianta in un angolo del cervello, magari contro il tuo desiderio, ma si ferma lì; perchè le loro parole le hai sentite, e una volta che una cosa l’hai sentita non puoi più non saperla: ti germina nella testa. e magari, solo magari, un pochino ti cambia.

e poi, obiettivamente, non è comunque più utile e più educativo che permettere loro di giocare a briscola sotto il banco mentre un sacerdote invano cerca di interessarli ai riti della penitenza?

chissà, forse un po’ di etica in più farebbe smettere i commessi dell’ikea di ridere tutte le volte che prima di uscire dal negozio riconsegno loro la matitina che ho utilizzato.

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“qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. l’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse”

scolpiamo nelle nostre memorie queste sagge parole. dipingiamole sui muri, se serve. noi, ma soprattutto chi ci ha governato e chi ci governa.

le ha pronunciate il signor maffeo pantaleoni, un economista illustre vissuto a cavallo tra 1800 e 1900. qualsiasi cosa si possa pensare della figura storica di pantaleoni, che piacerà ad alcuni e ad altri meno, non si può negare che la sua frase grondi buon senso e rettitudine.

 

eppure la storia dell’umanità lo ha mostrato centinaia di volte, che le grandi rivoluzioni, i grandi conflitti sono scoppiati sempre per problemi di tasse. di abusi vergognosi e protratti nel tempo da parte di chi quelle tasse esigeva; e di sopportazione giunta al limite da parte di chi si vedeva togliere anche il minimo indispensabile per la sopravvivenza.

che maria antonietta abbia o meno pronunciato la famosa frase sulle brioches poco importa: fatto sta che era uno dei simboli di una classe politica e nobiliare che viveva e governava nello spreco più assoluto, pagando tutti i conti con il denaro della povera gente a cui non restava più nulla. anzi, se per assurdo non l’avesse davvero pronunciata, questo a maggior ragione testimonierebbe l’esistenza di una “storiografia” avversa alla monarchia francese fin da allora, che le mise in bocca una frase arrogante, sciocca, irrispettosa, quasi per rendere ancora più meritato, agli occhi dei posteri,  il destino che poi l’ha colpita.

oggi in italia viviamo sotto una pressione fiscale  che nè i francesi di fine settecento, nè i russi stanchi dei romanov, nè i sudisti nordamericani vessati dagli yankees forse avrebbero giudicato sostenibile. per assicurarsi che questa fonte di entrata dia tutto ciò che si aspettano, i nostri governanti hanno messo in piedi una macchina di controllo e spionaggio che ha pari solo in certi regimi totalitari. ed è proprio contro questa limitazione della privacy e della libertà di agire di ogni individuo che i nostri predecessori si sarebbero scagliati più ardentemente.

questa sciagurata imposizione tributaria, che sta azzoppando i singoli, le famiglie, le imprese, insomma, tutta la società, è resa necessaria dalla gravità dei nostri conti pubblici. anzi, del debito. il debito pubblico, lo chiamano. anche se secondo me, quel debito è tutto meno che pubblico.

e infatti, oggi leggiamo sui giornali le dichiarazioni del capogruppo del pdl al consiglio regionale del lazio, franco fiorito, noto nell’ambiente come “er batman”.

il pipistrello di anagni ha spiegato alcuni dei suoi comportamenti, di cui gli è stato chiesto conto.

«sì, lo so: come presidente di commissione ho diritto anche all’auto blu, ma l’auto blu non mi bastava. avevo un tremendo bisogno di questo suv». (parlando della sua bmw x5)

poi lo deve aver punto vaghezza di un automezzo più snello da parcheggiare perchè si è fatto comprare una smart superaccessoriata, ma essendo lui uomo…insomma…di sostanza e quindi anche di panza…«sì, però è troppo piccola per me, non riesco ad entrarci: così l’ho lasciata a disposizione dei colleghi»

ma la vita del consigliere regionale è un ginepraio di fatiche, stenti e stress. ogni tanto occorre staccare.  e lui infatti lo fa, «sono andato in due splendidi resort della costa smeralda con i soldi del pdl. la campagna elettorale delle regionali mi aveva lasciato spossato e depresso. avevo bisogno di una vacanzona».

arrogante, volgare, indifferente a qualsiasi forma di etica e di onestà.

tutto pagato da noi.

come anche le ostriche, le cravatte di marinella, le cene pantagrueliche. con i nostri soldi.

mentre ci penso mi gracchia nel cervello la vocetta chioccia di cicchitto che dice “chi è responsabile di irregolarità ne risponderà individualmente”.

paura , eh? paura che prima o poi qualcuno inventi che uno qualunque dei nostri amministratori ha pronunciato le parole: “non ha una fiat punto? vada a piedi”, schizzando poi via sulla x5 graziosamente offerta dai contribuenti…

 

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andy warhol disse che la società, il mondo e la comunicazione stavano cambiando al punto tale che presto per ognuno di noi ci sarebbero stati 15 minuti di popolarità. non si è sbagliato di molto: solo che i minuti non sono stati distribuiti proprio proprio così equamente, e purtroppo non sempre sono finiti nelle mani di chi li avrebbe meritati. la sua citazione spesso viene tirata in ballo per giustificare la ribalta di totali nullità tipo i protagonisti dei reality o del gossip spiaggereccio.

non voglio 15 minuti di questa popolarità.
e voi?

certo, se fosse possibile sognare… e vivere davvero una fantasia di quelle che non abbiamo mai avuto la speranza di poter  realizzare…

ognuno di noi ha dentro di sè alcuni desideri nascostissimi e a volte molto intimi (ma non necessariamente) che si proietta solo sul suo privato schermo del cinema (multisala, almeno nel mio caso) “the brain”. castelli in aria in cui siamo al massimo di ciò a cui aspiriamo. a volte molto frivoli, eh. ma che ci danno un assaggino di quella sensazione di onnipotenza e di poter smuovere montagne. di quella sensazione di stare sulla cima e guardare tutto dall’alto. di sentirsi proprio al posto giusto e al momento giusto.

in genere poi a guardare il film a mente fredda queste fantasie fanno parecchio ridere. ed è giusto così.

ok, allora oggi vi faccio un po’ ridere io…e ve ne dico un paio. ma dopo tocca a voi.

film n.1

sono il numero 10 della mia squadra.

è sera.

sono nel corridoio coi miei compagni aspettando che sia il momento di imboccare il tunnel e scendere in campo per una partita di champions league.

il momento è arrivato.

la tensione è alta.

appena poso il piede sull’erba 40.000 persone si alzano in piedi

contemporaneamente,

e gridano il mio nome , ANNETTE! ANNETTE!

non riesco neanche a vederli bene, i fari mi accecano e sono concentrata. vedo gli striscioni dei miei tifosi, ma ho il cuore in tumulto.

sono il loro capitano.(fine del sogno ad occhi aperti)

film n.2

sono il batterista che ha l’immensa fortuna di accompagnare bruce springsteen in un concerto dal vivo.

e già fin qua mi sembra che basterebbe.

ma in realtà non basta mai, il sogno va sempre fino alle stelle.

perchè non è solo il fatto che sono il suo batterista.

è che tra trenta secondi suoniamo “because the night” e io sono già fuori di testa :-)

can’t hurt you now, can’t hurt you now…tadadadadadadada (fine del sogno)

ne ho anche parecchi altri, ma voglio prima sentire i vostri :-)

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tasseranno le bevande gassate zuccherate.

d’altra parte, dopo aver portato la benzina a sfiorare i due euro al litro dovevano per forza cercare un altro osso da spolpare, altrimenti entro un mese avrebbero visto la coda fuori dal cancello di ogni venditore di auto. e pletore di italiani che, stanchi di essere dissanguati, rinunciano a quella comodità, la vendono e cercano soluzioni alternative. sospetto che questo scenario non farebbe  miracoli per la sopravvivenza del settore automobilistico. marchionne dovrebbe vendere i maglioncini e ridursi a girare in camicia nei freddi inverni di detroit.

l’alcol e il fumo li hanno tassati ripetutamente in questi anni. lo faranno anche questa volta, ma non basta più.

e quindi? si sono riuniti tra loro e hanno riflettuto e riflettuto per giorni e giorni. poi l’idea geniale: selezioniamo altri comportamenti impopolari agli occhi dell’opinione pubblica, magari potenzialmente dannosi per chi li mette in atto. così i tassati non potranno contare su molta solidarietà, anzi, verranno messi alla gogna, e noi faremo un bel po’ di soldi.

“già- avrà detto uno di loro- ma se tassiamo ulteriormente il fumo c’è il rischio che in troppi debbano smettere e questo ci porti a un dannoso calo di entrate dal monopolio”. “se vietiamo i videopoker e le slot machines, come faremo senza quel pozzo di soldi che ne ricaviamo?”, avrà osservato un altro. “niente panico- sento scandire calmo e sicuro il genio di prima- facciamo come al solito. un colpo al cerchio e uno alla botte. i videopoker li vietiamo a 500 metri dalle scuole. tanto che cambia? il grosso dell’utenza non sono i pupetti: e poi comunque anche i pupetti girano per la città, mica stanno inchiodati fuori della scuola.”

“e che ne dite di tassare i cibi ipercalorici e le bevande gassate? anche quelli sono malvisti da una grossa fetta di popolazione, e sono tutti beni di largo comsumo, quindi ci potrebbero fruttare parecchio”. “naaaaa- dice un altro, quello con un superstite ologramma di coscienza- questa è troppo grossa. come la motiveremmo ai cittadini?” “nel solito modo. che lo facciamo per il loro bene. per la loro salute. che siccome non si sanno regolare da soli, ci pensiamo noi a mettere i paletti. risultato: piovono denari nelle nostre casse e l’opinione pubblica ci osanna perchè ci occupiamo del benessere della popolazione”.

vietare, vietare, vietare.  ho l’impressione che, rispetto a quando ero piccina io, i divieti si siano moltiplicati esponenzialmente. e i problemi, anzichè migliorare, sono molto peggiorati.

quando avevo 16 anni e, ve l’ho già raccontato, scoprii che in california i miei coetanei consideravano ubriacarsi una forma di divertimento in sè, ne rimasi sconcertata. in italia non c’era una soglia di età per accedere al bicchiere di vino a tavola. era il buonsenso e la tradizione di famiglia a decidere (non guardate me :-)   ) e nessuno dei miei amici si sarebbe mai sognato di farlo deliberatamente. in usa il divieto era in vigore, per i minori di 18 anni; e faceva scattare istantaneamente  il desiderio di trasgredire.

la realtà è che una via per aggirare controlli e divieti, in europa come oltreoceano, la si trova sempre. la fantasia non ha limiti. se non vengono venduti gli alcolici ai minori di 18 anni, si incaricherà un fratello maggiore di provvedere per tutti. se il test del palloncino è il nemico, l’alcol verrà assunto versandoselo negli occhi: tanto quel che conta è l’effetto sballo, no? chi se ne frega di berlo. di quale dimostrazione abbiamo ancora bisogno per capire che non è questa la risposta?

l’educazione è la risposta.

tassatele pure, le bevande gassate. se le madri dei bimbi obesi non hanno ritenuto di contingentargliele finora e di mandarli a fare ginnastica al pomeriggio, davvero credete che non cederanno, pur con sacrifici, davanti alle lamentele e ai rumorosi capricci della loro robusta prole? guadagnerete molto denaro, questo sì. ed essendo questo il vostro scopo, direi che è un successo completo.

ma fate un passo indietro e riflettete seriamente su questa domanda: è davvero giusto che l’educazione venga impartita per legge?

ah, e poi, fatemi il piacere: questa ipocrita bufala della nostra salute…insomma…avete capito :-)

 

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la giacca di diego della valle contro il maglioncino di sergio marchionne. e dire che qualche anno fa, se mi avessero dato un sassolino per votare l’imprenditore più capace tra i due l’avrei messo nella coppetta di greasy sergio. come avrei sbagliato.

perchè alla prova dei fatti, e premesso che trattasi di realtà diverse, imparagonabili e con storie del tutto dissimili, è un fatto che ricciolo unto, per far quadrare i suoi conti, si è fatto beffe dei lavoratori, dei sindacati, del governo, di confindustria e delle leggi. ha ottenuto agevolazioni con la promessa di non delocalizzare, e poi ha delocalizzato.  ha ridotto sensibilmente le sicurezze, i diritti e il benessere dei dipendenti. questo, ad onor del vero, lo ha potuto fare grazie alla collaborazione imprescindibile del sistema sindacalistico italiano, che riesce sempre nell’ardua impresa, irraggiungibile per i più, di vessare i datori di lavoro su cose di scarsa rilevanza e contemporaneamente mancare in pieno l’obiettivo di tutelare i propri iscritti nei diritti che hanno per legge. l’inefficienza dei sindacati italiani e la miopia che impedisce loro di svolgere la loro reale funzione è ormai ufficialmente imbarazzante.

tutto questo, per poi alla fine non portare neanche a casa i risultati attesi, e mettersi a frignare sui giornali puntando il dito sui tedeschi di volkswagen (fosvaghe, come dice la mia mamma) rei, secondo lui, di rubargli fette di mercato sue (in base a quale diritto, poi?), con una politica di prezzi scontati eccessivamente aggressiva. abbello, verrebbe da dirgli: benvenuto nel libero mercato. nei periodi di contrazione dei consumi o si trovano nuovi clienti o si conquistano quelli degli altri. tu non stai facendo nè l’una nè l’altra cosa, che volemo fà?

tedeschi che hanno, poi, per la cronaca, adottato un approccio del tutto diverso dal suo. maggior attenzione al design dei modelli proposti, grandi garanzie sulle dotazioni di sicurezza, il tutto a un prezzo se non abbordabile, perlomeno accessibile a molti e con un rapporto costi/qualità nettamente positivo. produzione in germania, operai contenti con stipendi aumentati e contratti che li fanno vivere sereni. e, immagino, orgogliosi di appartenere ad un’azienda come quella.

oggi leggo che il dott. diego della valle ha deciso, in ragione del “momento particolarmente difficile”, di regalare ai propri dipendenti un contributo da 1400 euro, un’assicurazione sanitaria e il rimborso della spesa per i libri di testo dei figli.

il primo trimestre del 2012 gli è andato bene, ha aumentato dell’8% i suoi ricavi e ha voluto mostrare così la sua considerazione per i dipendenti e la sua vicinanza alle loro famiglie. gli costerà 7-8 milioni di euro, questo gesto generoso, e bisogna dargliene atto: nessuno se lo aspettava.

da quando si è comprato amauri levandocelo dalla vista ha cominciato a piacermi un po’ di più, e oggi gli riconosco di aver fatto una cosa giusta e bella. lasciate stare il perchè. immediatamente, all’annuncio di questa decisione si è scatenata l’orda dei malpensanti: lo fa perchè si vuole candidare alle prossime elezioni. lo fa per coprire altre magagne delle sue aziende. lo fa perchè vuole delocalizzare su marte appena avrà conferma della presenza d’acqua.

fatela finita, a volte un’azione generosa può anche essere apprezzata così com’è. senza doverla per forza analizzare col luminal e senza volerci costruire sopra ogni sorta di diabolico progetto.

sono sicura che chi fa scarpe alla tod’s oggi cammina a testa alta, sapendo che il suo datore di lavoro ha veramente a cuore l’azienda da capo a piedi, in ogni sua parte, e vuole che prosperi lei e tutti coloro che vi appartengono…

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mi considero, e penso non a torto, una persona moderatamente tollerante e decisamente ragionevole.

nel corso della mia vita fino ad ora ho avuto l’occasione e la fortuna di viaggiare parecchio, di entrare a contatto con ambienti dei più disparati, con culture diverse, a volte diversissime dalla mia cultura di origine. ho conosciuto persone infiammate da idee politiche delle più varie direzioni e correnti. persone accese da ideali e persone senza scintille. ho visitato luoghi nei quali certi gesti che per noi occidentali sono completamente normali, diventano offensivi e viceversa.

ho imparato, a volte sbagliando, che il rispetto degli usi e costumi di un territorio è sacro. che il fatto che io sia italiana e che i bermudini d’estate in italia siano stati sdoganati quasi dovunque, non mi autorizza a metterli per passeggiare in un paese nel quale le donne non sono avvezze ad esibire la seconda metà delle loro gambe. e se sono a tokyo col raffreddore, cerco di tenere a mente che per soffiarmi il naso è opportuno che prima mi ritiri nella privacy di una toilette, togliendo i miei interlocutori dall’imbarazzo di non volermi più stringere la mano dopo l’operazione esibita pubblicamente.

trovo che sia ragionevole il fatto che ogni nazione abbia una religione ufficiale, e che chiunque viva lì, pur mantenendo naturalmente piena libertà di culto per se stesso, sia tenuto almeno al rispetto della tradizione religiosa locale (rispetto che peraltro ha comunque diritto di aspettarsi ricambiato verso la sua). niente atteggiamenti sprezzanti, immagini bruciate, parole irriverenti.  rispetto, come si deve ad ogni cultura e ad ogni forma religiosa. rispetto, che non significa “attivamente divenire discepolo di ogni cultura e ogni forma religiosa”.

il 20 luglio è cominciato il ramadan, il periodo lungo un mese durante il quale i fedeli di religione islamica si devono astenere dall’alba al tramonto dal bere, mangiare, profumarsi, fumare e avere relazioni sessuali (…accidenti. provo ad immaginarmi di dover passare un periodo così e mi chiedo dopo qualche giorno su quale di queste cose finirei per lanciarmi per prima, al sopraggiungere sospirato del tramonto,  se sulle tagliatelle, sul pacchetto di davidoff gold, sul chinotto o su mio marito… :-)   )

il ministero dell’interno dell’arabia saudita ha diramato la comunicazione che anche i cittadini non musulmani saranno tenuti a rispettare questa prescrizione religiosa, pena l’espulsione dal paese e la cancellazione del loro permesso di soggiorno e di lavoro. tenete conto che in questa nazione i cittadini sauditi sono 19 milioni, a fronte di comunque 8 milioni di lavoratori asiatici di altre zone e diverse centinaia di migliaia di emigrati di altre nazionalità. verosimilmente molti di loro praticano culti diversi da quello islamico.

mi sono ricordata tutte le polemiche che sono state fatte in italia per il crocifisso nell’aula scolastica o in altre aree pubbliche. ho pensato a tutti coloro che si  sono riempiti la bocca del rispetto verso chi frequenta quelle stanze e crede in altri dei. senza mostrare però il giusto rispetto anche nei confronti di una nazione e delle sua religione ufficiale, alla quale ognuno di noi può aderire o meno, ma è una sua intima scelta.  mi piacerebbe conoscere il parere di queste persone riguardo a questa nuova regola saudita: sarei curiosa di sapere se trovano rispettoso nei confronti di chi appartiene ad un credo diverso essere costretti non tanto a mostrare rispetto, cosa appunto doverosa,  ma addirittura ad adempiere a prescrizioni rituali che a loro sono estranee. i funzionari sauditi non si limitano (metaforicamente, ovvio)  ad appendere il crocifisso: ti obbligano a inginocchiarti sotto e a recitare il padre nostro.

non mi piacciono mai i due pesi e le due misure. non trovo giusto che certe culture si sentano in diritto di imporsi sugli emigranti in casa loro, a tutti i livelli, salvo poi diventare impermeabili all’integrazione e all’accettazione di regole di vita (e non parlo di pratiche cultuali, eh) diverse quando dalla parte di chi emigra ci si trovano loro.

ci dev’essere una giusta regola: un sacrosanto rispetto verso tutti e dovunque.

altrimenti poi mi tocca leggere sul corriere che un facchino egiziano si è licenziato dall’hotel danieli di venezia perchè malsopportava di dover ricevere degli ordini dalla governante, appunto, una femmina. e ha dato le dimissioni.

ora, facchino egiziano, lascia che io ti spieghi una cosa: in italia lavorano gli uomini e lavorano le donne. ogni mestiere è dignitoso (a meno che tu non sia un’olgettina o un politico) e merita di essere svolto con coscienza e serietà. gli uomini e le donne meritano lo stesso,  medesimo,  identico rispetto da parte di ciascuno.  che il tuo superiore sia un uomo o una donna, mio caro, a te non deve riguardare. svolgi il tuo lavoro onestamente e vai avanti.

fosse successa una cosa del genere a parti invertite in arabia saudita, l’occidentale avrebbe avuto il foglio di via prima di riuscire a pronunciare la parola samsonite.

la cosa grave è che l’hotel danieli invece non l’ha mandato a stendere come avrebbe meritato. ha affiancato alla donna una seconda figura, ovviamente maschile, che ha il compito di trasmettere gli ordini della signora al facchino dallo stomaco delicato.

la cosa grave è che siamo noi per primi a non mostrare rispetto per noi stessi.

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