recentemente mi è capitato di riflettere su ciò che si definisce “politicamente corretto”.
su come ad un certo punto nella storia si sia stabilito che non era più accettabile che i termini preposti a definire una qualsiasi minoranza contenessero implicitamente un giudizio di valore sulla stessa, generalmente negativo. il lodevole intento ebbe origine, come è facile indovinare, negli stati uniti d’america, la culla che ospita ogni genere e forma di minoranza sul pianeta, nella prima metà del 1900. fu il momento in cui i termini “negro” e “nero” furono sostituiti da “afroamericano” o tutt’al più “di colore”.
da allora il politicamente corretto ne ha fatta di strada, sia dal punto di vista geografico (si è sparso un po’ in tutto il globo), sia ampliando i confini della sua azione.
la critica che più di frequente viene mossa a questo approccio linguistico, è di essere, appunto, squisitamente linguistico, e quindi superficiale, di facciata, addirittura a volte offeso come ipocrita. sono profondamente in disaccordo con questa visione. dissento completamente da chi afferma che il linguaggio che si adopera sia una parte superficiale di ciò che siamo e del nostro vissuto. sono davvero convinta che le regole che ci diamo per parlare meglio, col tempo ci portino anche a pensare meglio, e in ultima analisi a vivere meglio ed essere persone migliori.
perciò credo che l’azione svolta dal politicamente corretto abbia avuto una grande importanza: forse non staremmo qui a discutere (e sempre troppo se ne discute e poco si fa) dei diritti delle coppie gay se non si fosse arrivati a stabilire che chiamare froci, finocchi, recchioni e tuttilrestappresso gli omosessuali non era rispettoso della loro dignità. la parola gay, o omosessuale, non lo sottovalutate, ha avuto il suo peso nei piccoli passi avanti che sono stati fatti.
poi, come spesso accade, i paladini di questa dottrina non sono riusciti a capire il giusto limite. hanno cominciato a trovare termini neutri anche per sostituirne alcuni che non erano minimamente offensivi. facendo in questo modo i 360 gradi della ruota e diventando loro i discriminatori. perchè, quale ragione ci potrà mai essere di cercare un modo diplomatico di definire uno stato se quello stato non è considerato negativamente?
mi spiego meglio. davvero pensiamo che un cieco si senta ghettizzato dalla parola che definisce la sua patologia? e che sentirsi chiamare “non vedente” lo faccia sentire meglio? hmmm. ho qualche dubbio. penso piuttosto che un cieco in italia si sentirebbe meno vittima della sua condizione se invece che concentrarci su come chiamarlo, ci attrezzassimo a livello infrastrutturale per far sì che fosse un filino più semplice per lui (o lei) condurre una vita normale. tanto per dire, eh.
operatore ecologico, addetto cimiteriale, collaboratore scolastico. siamo proprio sicuri che il problema stia nel termine, e non nella testa di chi usa il termine “bidella” come termine di paragone della pochezza di risorse intellettuali e di cultura, opposto a “deputate”? (grazie, onorevole finocchiaro. tra l’altro il parco-deputate che vede quando si guarda attorno dovrebbe farla riflettere).
il troppo stroppia, secondo me. e rovina anche quel tanto di buono che c’è stato.
per la cronaca, vorrei mettere allo studio coatto tutti quegli ebeti che hanno accusato il film di quentin tarantino, django unchained, di essere un’apologia dello schiavismo. buffoni. ridicoli. quel film è l’esatto opposto. e sapete su che cosa fondano la loro critica? sul fatto che nel corso dello svolgimento dell’azione spesso e volentieri si sente usare il termine “nigger”, negro. signori della corte, il film in questione è ambientato negli stati del sud durante lo schiavismo. esattamente, come pensavate che li chiamassero, “signor afroamericano”?
ma non voglio difendere quenti, non ne ha bisogno. se gli rompono le scatole lui si gira e gli spara, come de niro a bridget fonda in quella meravigliosa scena di jackie brown…






