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magari vi starete dicendo che stamattina la vostra annette dovrebbe fare chiarezza dentro di sè, prima di scrivere un titolo che è lungo come i promessi sposi. eppure, se seguite il mio processo mentale (oddio, mentale per una bionda, quindi non fatevi eccessive illusioni) capirete che è perfettamente logico.

comincio con una specie di outing che mi costerà a vita la vostra stima. a momenti mi costava anche quella del mio principe azzurro ma lui, contro ogni previsione, si è limitato a sorridere e spero che facciate così anche voi. vado (andavo, devo ormai purtroppo dire) matta per la trasmissione di cui regolarmente non ricordo il titolo ma che sicuramente vi verrà in mente se vi dico che è condotta da frizzi e prevede che un concorrente attribuisca a 10 sconosciuti che ha davanti, la loro rispettiva appartenenza a una categoria professionale. lo so che è un gioco scemo, e non sono neanche brava: ma mi diverto da morire.

sapete come funzionano i telecomandi, no? se tu, da bravo ecocompatibile, spegni il televisore prima di andare a letto, quando pigi on/off il giorno dopo visualizzerai sullo schermo il canale che per ultimo hai visto alla sera. e quindi a noi ricompariva rai uno e ci passava la voglia di guardare la tv. soprattutto quando capitava durante l’orrenda, incommentabile, indigesta nonostante la brevità, trasmissione di giuliano ferrara.

ora che frizzi è finito almeno una cosa c’è di buono, e cioè che il nostro televisore si accende su la7. mi piace questa emittente. mi piace la serietà con cui hanno costruito il loro palinsesto. con certe trasmissioni sono in maggiore sintonia che con altre, ma in linea di massima le trovo tutte ben realizzate e condotte da professionisti seri. e il pensiero che mentana e minzolini fanno lo stesso mestiere mi provoca un boresso (per i non veneti: scoppio di ilarità) che è in grado di raddrizzarmi anche una giornata storta.

bene, dopo questa (lo ammetto) logorroica premessa (ma che era funzionale a spiegarvi perchè il mio pensiero era partito dal telecomando come oggetto), eccomi al punto. ieri sera pigio on/off e mi compare davanti, bella come un pomodoro pachino e tagliente come una roncola di berti, lilli gruber. otto e mezzo, si chiama la trasmissione. parlava di manifestanti, proteste, tav, non tav e tuttilrestappresso. e qui arrivo rapidamente all’ultima parte del titolo. non sono mai tutti buoni o tutti cattivi.

otto e mezzo ha esordito con questo video.

l’ho visto e mi ha lasciato senza fiato. sono rimasta senza parole. mi sono sentita disgustata e mi sono vergognata per lui.

perchè della violenza, dell’arroganza e dell’abuso della loro posizione che praticano le forze dell’ordine si fa sempre un gran parlare. ed è giusto. è sacrosanto che se i tutori della legge, quelli che dovrebbero proteggere la nostra incolumità, vengono pescati a minacciare o bastonare persone che non possono difendersi,  a volte senza nemmeno una ragione che motivi questa reazione e che sia causata dal malcapitato, appunto,  è sacrosanto che vengano messi davanti alle loro responsabilità e alle loro azioni. nella speranza che ciò possa non accadere più.

ma vi giuro che all’arroganza, alla sfacciataggine, alla mancanza di rispetto di questo emerito testa di cxxxx non ero preparata.

per fortuna non mi trovavo al posto dell’agente, perchè io non ci metto la mano sul fuoco che gliel ‘avrei fatta dire due volte la parola pecorella. se io fossi stata al posto suo, la pecorella avrebbe fatto ingoiare i denti a quell’insolente in un battibaleno. per fortuna io ero qui. e lì c’era un agente che non ha scelto quel mestiere per darsi importanza o far pesare il suo potere sugli altri. non lo ha sicuramente scelto per diventare ricco, come gli fa notare anche il simpaticone cui mi sarebbe piaciuto lasciare un segno di me, ad esempio l’impronta della mia fronte sul suo naso. un agente che ignora tutto quello che sente, e con lo sguardo pieno di dignità resta lì in piedi, immobile, in silenzio, pronto ad agire se necessario e a mettere sul piatto la sua persona per convinzione, non per 1300 euro al mese. ma questo mister-so-tutto-io non lo sa.

quindi puniamo chi abusa della propria posizione per sopraffare, umiliare, danneggiare gli altri. da qualsiasi parte venga. perchè non ci sono solo poliziotti cattivi e manifestanti buoni. nè viceversa.

e nel caso prima o poi (speriamo mai) sulla sua strada questo sobillatore provocatore dovesse trovare qualcuno di meno paziente dell’agente di cui sopra, fatemi una gentilezza. non fatemi scoprire che gli intitolate una piazza.

premesso che non sono un’economista, e infatti non faccio parte di coloro che nell’ultimo anno sono andati in giro per il mondo dicendo che loro questa crisi l’avevano prevista già mentre bearzot vinceva il mundial (ma a chi l’hanno detto, che nessuno li ha sentiti?). di finanza non capisco una beata fava. sono una bionda ancora convinta che il bancomat sia una sorta di incantesimo che fa apparire soldi alla bisogna. bibbidi bobbidi boooo.

e però mi guardo in giro, in tutti i luoghi dove il lavoro o gli affetti mi portano. osservo i cambiamenti.

è buffo: parecchi anni fa, se passeggiavi a venezia dalle parti di piazza san marco, potevi vedere famigliole italiane in gita fuoriporta, con i genitori che scattavano la foto ai loro pargoli mentre davano da mangiare ai piccioni (pargoli, diamine, ma lo sapete quanto le avete ingrassate quelle bestie immonde???) e pochi metri più in là famigliole giapponesi, tutti dentro il negozio di hermes a comprare vagonate di borse che costavano un rene ognuna.

passano gli anni, i mercati vanno su e giù, tendenzialmente più giù che su, soprattutto in giappone, e al turista lagunare domenicale si presenta uno scenario nettamente mutato: la famigliola giapponese non è più dentro il negozio di hermes. si è fatta furba e ha scoperto che in un piccolo campiello c’è un artigiano che fa a mano borse di ottima fattura e i modelli sono copiati da hermes. costando meno di un ventesimo. è lì che li trovi, e sorridi…pensi, hai visto i giapponesi, mica scemi :-)

per completezza di cronaca, la famiglia italiana in gita è nel negozio di zara e compra vagonate di roba a basso costo per grandi e piccini: più o meno la quantità che coprirebbe le loro esigenze a vita, se gli articoli fossero fatti di materiali resistenti. d’altro canto almeno hanno smesso di rifocillare quei dannati piccioni.

la foga dell’acquisto di montagne di oggetti in posti in cui i prezzi sono abbordabili quasi per tutti ha contagiato il mondo. e mica solo nell’abbigliamento: anche nel cibo è stato così. la carne di sorana, la mozzarella di bufala, il parmigiano reggiano, il prosciutto di parma…tutte cose che potete trovare a prezzi contenuti sui banconi della maggior parte delle insegne di grande distribuzione. il diktat è lo stesso: tutti devono poter avere tutto. ognuno deve poter uscire dal lavoro o di casa alla sera e comprarsi una camicetta. o un televisore al plasma. o una bottiglia di barolo. ed è per questo, per far stare in piedi questo benessere farlocco, che occorre che esista h&m, dove una camicetta costa 20 euro; che esistano i grandi spazi commerciali di elettronica, dove ogni settimana c’è un’offerta speciale tipo televisore al plasma a 99 euro; che esistano i supermercati di basso profilo, dove il barolo docg (o meglio, etichettato tale. grazie a chissà quale magheggio) lo danno a 3.99.

il messaggio che ci hanno inculcato è stato questo: la qualità di vita dipende dalle cose che puoi permetterti di acquistare. hanno indotto milioni di persone a indebitarsi nel nome di questa cosiddetta qualità di vita.

credo sia  questa la bolla di cui parlano gli esperti di economia. per anni le persone hanno vissuto spendendo soldi che non avevano. assumendosi impegni economici che erano al di sopra delle loro possibilità.

e adesso la bolla è scoppiata malamente, e le famiglie si trovano non solo col salvadanaio vuoto, ma anche sommerse di debiti ormai contratti.

e quindi passeggiando per new york (cambiamo scenario, venezia è bella ma anche basta) puoi vedere che dopo mesi dall’inizio delle svendite, la merce invernale in svendita è ancora tutta lì. e non importa quanto poco costasse di partenza, e quindi quanto pochissimo costi scontata dai saldi. poco, pochissimo, tanto, tantissimo, non importa: i soldi non ci sono.

e quindi mi domando: le aziende nate in estremo oriente, soprattutto in cina, o che in quell’area del mondo hanno delocalizzato la loro produzione per essere in grado di produrre tantissimo a basso costo(sfruttando governi che permettono di inquinare a piacere, di affamare gli operai, e di non garantire alcuna sicurezza) per poi essere super aggressivi sul mercato oppure per guadagnarci palate di danaro mantenendo comunque prezzi alti al consumatore (tipo quasi tutti i marchi di borse di lusso italiane, per capirci)…che fine faranno? adesso che la contrazione dei consumi è colossale e inevitabile, e per quanto poco costino i loro prodotti manca un pubblico che possa acquistarli…che se ne faranno di tutti quei miliardi di magliette, jeans, scarpe da ginnastica?

di hermes non mi preoccupo: i giapponesi non li vedo più, ma noto che altre nazionalità li hanno egregiamente sostituiti :-)

c’era una volta un tempo in cui il cibo, la cucina, gli ingredienti, il vino avevano un posto ben preciso nelle nostre vite, e cioè stavano sopra la tavola, punto. più o meno buoni, più o meno ricercati, più o meno sani, più o meno autoprodotti: questo dipendeva dalle abitudini della famiglia. da parecchio tempo, invece, ormai, sono diventati attori onnipresenti nella nostra giornata: ne sentiamo parlare in tv sui canali tematici e nelle decine di trasmissioni sulle emittenti generaliste; ne leggiamo sui quotidiani; ne leggiamo online. irrompono da molteplici direzioni nella nostra esistenza :-)

e possiamo quindi meravigliarci se questo ha portato alla nascita di un bipolarismo? se le più fragili tra le nostre menti non sono riuscite a mantenere un solido equilibrio tra ricerca ossessiva dell’eccellenza in cucina, e sbracamento totale con dipendenza irrefrenabile dagli spot televisivi dei surgelatI??? :-)

che cos’è un gastrofighetto ormai lo sappiamo tutti. è una persona che in una qualsiasi conversazione, a prescindere dal tema del discorso, riesce ad infilare tutte le seguenti parole: davidescabin, bassa temperatura, lievitazione naturale, petra (non le rovine in giordania).

è colui che, se cuoco, la pasta la bollisce solo se in acqua dell’antartide trasportata fino al suo locale in recipienti di terracotta e a dorso di mulo. se consumatore, è uno che va a mangiare dal suddetto cuoco e gongola per l’acqua della pasta. salvo poi farsi la tessera di slow food e sostenere a spada tratta il km zero.

è una persona che al mattino si sveglia, si lava i denti e mentre aspetta il caffè inganna il tempo tirando dardi avvelenati a un bersaglio fatto a forma di benedetta parodi, per i gastrofighetti l’equivalente di lex lutor.

mangia le uova di paolo parisi, ma non è più soddisfatto come quando le conoscevano in 12, galline di parisi incluse.

non si può negare a questa folta torma di maniaci del gusto i molti meriti che hanno avuto e tuttora hanno. a loro credito (non esclusivo, ma innegabile) va la maggior attenzione che abbiamo verso quello che mangiamo. hanno fatto baccano su questioni che molte multinazionali avevano interesse a continuare a lasciare intatte nella loro indecenza, e dobbiamo essere giusti e ammettere che se ora siamo consumatori più consapevoli non lo dobbiamo certo alla nestlè.

e poi in linea di principio non dicono mica delle sciocchezze: che i pomodorini del vesuvio non siano come quelli coltivati in una serra di dosson di casier, provincia di treviso, è fuor di dubbio. che la farina petra sia di qualità superlativa e permetta, nella panificazione, nel fare la pizza o i dolci o quello che volete, risultati impensabili con altre farine ricavate da materie prime meno pregiate, è un fatto conclamato.

non c’è niente di male nell’apprezzare queste cose. anzi.

dove a me la cosa comincia a fare un po’ paura, è quando questo atteggiamento diventa uno stile di vita costante.

e quindi, premesso che adoro come inventano i loro piatti moreno cedroni e massimo bottura (li chiamo per nome e cognome, onde non cadere pesantemente con tutti e due i piedi nella categoria di cui sopra); che penso che l’inflessibilità sulla qualità degli ingredienti usati da certi grandi chefs (e anche da molti meno noti) sia una delle cose più affascinanti che mi sia capitato di vedere; che dopo aver bevuto il chinotto lurisia, fatto, per inciso, davvero coi chinotti, ho faticato ad ingerirne di diverso (che ne so, tipo san pellegrino). premesse tutte queste cose e molte altre ancora, confesso qui di seguito le debolezze da gastroschifezza che mi appartengono tanto quanto i gastrofanatismi appena citati.

numero uno, vado matta per le palline di mozzarella fritte. non ditemi che non è mozzarella, non mi interessa cos’è. quel crocchìo quando le addento, e poi il bianco morbido dentro: hmmmm. ne mangerei un pacchetto intero. una volta all’anno, mica di più.

lo stesso giorno ci butterei dentro anche qualche sofficino findus: non sono schizzinosa, i gusti mi vanno bene tutti, tranne quello con gli spinaci. del resto se la porcheria la devi fare, falla bene: e gli spinaci, seppur surgelati, si portano dietro un vissuto da “cosa sana” che fa a cazzotti con il programma del junk day :-)

tu non hai fame???

la girella quando ero piccola era il mio sogno proibito. era quello che avrei voluto trovare nella cartella a ricreazione, invece dei biscotti fatti dalla mia mamma (che la mia mamma e Iddio mi perdonino). ho ancora uno sbiadito ricordo del suo sapore che ho potuto mascalzonamente assaporare pochissime volte, quando la mia attenta genitrice era occupata a correre dietro al mio scatenato fratellino :-)   eppure, sono convinta che mi piacerebbe anche oggi. solo che credo non esista più. qualcuno se le ricorda le avventure di toro farcito???

i kinder. ok, dite quello che volete, non cambierete la mia idea. lo so che gli espertoni dicono che solo il fondente è vero cioccolato.

embè?

mangiatevelo voi. a me piace la cioccolata al latte. quella buona, e anche quella kinder. ci sono dei momenti in cui addentare la barretta, immergersi in quella morbidezza bianconera (oddio!!!! che sia quello il motivo inconscio???) è di incredibile conforto e piacevolezza. per me, chiaro.

non spesso, ma a volte bevo coca cola. e se è per quello anche fanta.

la morale, come dice l’indianino della girella, è ancora quella: est modus in rebus. restare possibilmente equidistanti dal fanatismo dei gastrofighetti e dalla sciatteria e trascuratezza alimentare degli amanti del junk food. come sempre è l’equilibrio a essere la risposta: l’equilibrio e il buon senso. ce la faremo????

e voi???? volete fare outing? avete qualche gastroschifezza da confessare?

sono momentaneamente dall’altra parte dell’oceano, ma il mio cuore resta sempre in italia. appena apro gli occhi (e questo avviene molto molto presto, mannaggia al fuso orario) alzo la cornetta per reperire qualcosa di lontanamente simile ad un caffè (senza successo) e poi accendo il computer per leggere tutti i quotidiani nazionali.

più ancora di quanto non faccia quando sono a casa. è come se la distanza mi facesse sentire più pressante l’esigenza del contatto.

e quindi so tutto sul fatto che il presidente tedesco (sì, il presidente di quelli che noi pigliamo per il culo per i calzini coi sandali e le camicie a mezza manica) si è dimesso per lo scandalo creato dal fatto di aver accettato un prestito a tasso agevolato e l’omaggio di qualche giorno di vacanza non so bene dove. va detto, ad “onore” dei nostri politici, che nel caso di wulff la cosa non era avvenuta a sua insaputa, mentre a loro gli viene fatto sempre tutto alle spalle.  :-)

sono informatissima sul festival di sanremo, sulla patonza in mondovisione di belen (che però insiste a precisare che le mutande lei ce le aveva, come se facesse alcuna differenza), su adriano celentano che è offeso per le critiche e quindi mica si sa se stasera torna.

e sticazzi, non ce li vogliamo mettere? oltretutto belen e elisabetta canalis (su cui non spenderò neanche una parola perchè mi sembra di sparare sulla croce rossa. la donna che è attualmente fidanzata con l’attore steve o, diventato famoso per essersi pinzato le chiappe con un piercing. ooooh yeah.) non facevano parte del cast dell’anno scorso? sono state ripescate per tappare il buco della modella assai gengivodotata ivana che era bloccata a letto dal colpo della strega (calma, canalis, nessuno la accusa)?

certo, le due contendenti al titolo “donna più trash dell’anno” non sono l’unico souvenir della precedente edizione: si direbbe che anche il talento da intrattenitore e intervistatore di morandi si confermi sui livelli che già conosciamo. ma tant’è.

so che in questo periodo di tagli e di austerity, con tutto l’impegno del mondo siamo riusciti a diminuire del 13% il numero delle auto blu (per un risparmio di 300 milioni di euro). pensa se ne tagliavano il 30 o il 40%! difficile però che possa accadere, ci spiega il ministro della funzione pubblica: l’uso improprio di queste auto è difficile da scovare. posso immaginarlo. perchè non proviamo a chiedere l’aiuto di basil l’investigatopo????

leggo  che calderoli (lo ammetto, ultimamente mi era mancato) ha dichiarato guerra aperta a chi gli ha chiuso i suoi adorati ministeri a monza, e che berlusconi lancia strali contro il tribunale di milano lamentandosi di essere trattato come un delinquente. :-)   bocca mia, statti zitta…

scopro che frattini sta bisticciando con alfano, perchè, tre mesi dopo le dimissioni del governo di cui entrambi facevano parte, frattini si è reso conto con estremo raccapriccio che all’interno del loro partito ci sono esponenti della criminalità organizzata!!!!! angelino gli ha risposto che se ne occuperà, appena terminato di risolvere la grana delle tessere di partito false, dopo aver placato le furie di quegli italiani che si sono trovati iscritti al pdl senza averlo mai richiesto e sono perciò, comprensibilmente, parecchio imbufaliti.

ma la cosa che mi ha mandato più in bestia è stata l’esternazione del ministro fornero, che ha dichiarato alla stampa di non guardare la televisione in quanto disturbata dall’immagine che sui canali tv viene data della donna.

ah sì? la disturba? guarda un po’, disturba anche me. ma lo sa che c’è? c’è che io sono una privata cittadina e svolgo un altro mestiere, lei invece in questo paese ha la delega per le pari opportunità, qualsiasi cosa questo significhi. lei ricopre la funzione che è stata di mara carfagna (hahahahahahahahaha. ops, scusate). lei sul suo menu non ce l’ha proprio l’opzione “spengo, mi giro dall’altra parte e leggo un libro che è meglio”. non se lo può permettere. lei a questo proposito è quella che dovrebbe fare qualcosa.

quanto mi manca il mio paese :-)

vergogna.

posso farlo senza timore di essere fraintesa: lo stato di grazia, l’amore scintillante in cui vivo dal giorno che ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito mi permette di dire la mia sulla festa degli innamorati senza rischiare di essere tacciata di acidume e zitellismo.

e quindi lo faccio.

molti criticano sanvalentino (lo scrivo tutto attaccato perchè con questa festa il santo non c’entra proprio, e immagino che si infastidisca pure, tutte le volte che vi ci si trova associato) in quanto festa commerciale. un po’ come si può opinare sulla necessità di avere giornate come la festa della mamma, del papà, dei nonni, delle donne e via così. il 14 febbraio è un’abile manipolazione di un’azienda di cioccolato di perugia, che l’ha utilizzata per smerciare praline con la nocciola corredate di aforismi zuccherosi; così come l’8 marzo si sfregano le mani i fiorai con le loro maleodoranti mimose, che ogni essere vivente con le tette si vede recapitare da più parti.

eppure, se ben ci pensate, l’imbroglio di sanvalentino va addiriuttura oltre. perchè essere una donna, o un nonno, o un papà sono fatti oggettivi: ma il 14 febbraio non è la festa di un fatto oggettivo. non si festeggiano i fidanzati, o gli sposati. si celebrano gli innamorati: in assoluto lo stato più personale, intimo e impossibile da spiegare e dimostrare che esista su questa terra. se è il sentimento d’amore, a essere il clou di questa ricorrenza, allora sospetto che molte coppie potrebbero risparmiare i soldi della cena al ristorante, o della pizzaecinema. e che molti, per limpidezza verso il tema della giornata, la dovrebbero festeggiare con qualcuno che non è il loro legittimo, consorte o fidanzato che sia. ve lo immaginate, che pasticcio?

questo fa di sanvalentino una ricorrenza ancora più inutile e bugiarda delle altre. perchè la pantomima della cenetta fuori a due, ditemi, che senso ha se l’amore non c’è? se è un rituale quasi obbligatorio? se non hai pensato a un fiore per la tua dea, e le compri la rosa dal poveretto che gira per i tavoli del locale? se stai seduta lì col tuo principe azzurro e non ti viene in mente niente da dirgli?

l’amore non rilascia certificati. e non si misura dalla grandezza del regalo di sanvalentino o del luogo comune che riesci ad ammannire ad amici e persone care. si misura da quanto risplende la luce dentro di noi, quella che si intravede quando ci guardano dentro agli occhi.

evviva l’amore, evviva la luce. abbasso sanvalentino.

 

 

buon compleanno, charles!

il sette febbraio charles dickens avrebbe compiuto 200 anni. lungi da me recriminare con la natura per il fatto che egli non sia più in vita: mi rendo ben conto che un umarell di 200 anni che si aggirasse ancora per il pianeta avrebbe quantomeno un aspetto sconcertante e probabilmente anche un odore discutibile.

ma “tanti auguri charles” glielo voglio dire. e ne ho molti motivi.

buon compleanno, vecchio charles. perchè ti sono riconoscente per aver scritto tanti libri così diversi. per aver spaziato dai romanzi a sfondo sociale fino all’umorismo vero e proprio. perchè non hai scritto e riscritto continuamente lo stesso romanzo, limitandoti a peggiorarlo gradualmente sempre più, come ha fatto patricia cornwell con le storie di kay scarpetta o dan brown col codice da vinci. perchè non ti sei tuffato su un genere che si fosse dimostrato di successo per altri, genere “piattoriccomicificco”, come tutti quelli che poi hanno riscritto il codice da vinci lasciando alla loro creatività il compito di modificare tutt’al più il nome del protagonista, ma mantenendo l’intreccio pressochè identico. o come tutti coloro che da qualche anno a questa parte scrivono libri che hanno come trama il ritorno alla vita e all’amore di una fanciulla dal cuore spezzato che rinasce aprendo un ristorante e cucinando. abbasta.

tanti auguri charles, per il tuo linguaggio. in un’epoca di prosa asciutta e quasi secca, che gioia riesce ancora ad essere immergerci in un tuo capitolo con  descrizioni opulente, cicciose, ricche verbalmente ma non ridondanti; come dei biscotti al cioccolato, ci fanno sentire coccolati e sereni.

tanti auguri e grazie per aver creato uriah heep e averci mostrato fin da piccini che persona non volevamo diventare mai.

infine, buon compleanno charles. ti sono debitrice per il circolo pickwick. la prova provata che un tomo di quello spessore può essere divorato in pochi giorni, e lasciarti a desiderare di ricominciare subito daccapo. un capolavoro di intelligenza e di irresistibile umorismo, come solo wodehouse altrimenti saprebbe fare.

leggo sul corriere della sera che la signora cristina ceolin, ex modella, meglio nota alle cronache come moglie dell’amministratore delegato di meridiana fly che per le sue passerelle di gioventù, ha fatto imbufalire il personale di bordo in forza alla compagnia aerea diretta dal marito.

come? dovete sapere che l’ex mannequin, una volta appesi al chiodo tacchi 12 e broncio di ordinanza, è stata assunta come dirigente presso meridiana. non sono riuscita a capire di quale ruolo esattamente si tratta: intendo dire, dirigente di cosa. fatto sta che qualsiasi sia il suo ruolo evidentemente include anche il disegnare le nuove uniformi delle assistenti di volo, e stabilire che debbano essere prodotte solo nelle taglie 40 e, bontà sua, per grande concessione alle gioie della tavola, massimomassimo 42. chi non ci entra non può essere un’hostess di quella linea aerea.

di fronte allo sbigottimento iniziale delle interessate e alle loro immediate proteste, ha voluto incontrarle per chiarire meglio il suo punto di vista e la sua presa di posizione. infatti avrebbe dichiarato alle sconcertate crew members: «Care, non dovete ingrassare, e anzi, se è possibile, dovete dimagrire».

questo episodio mi ha fatto molto riflettere, tutto sommato anche a prescindere dal fatto che le cose siano andate esattamente così o meno. anzi, ve la dico tutta: io non dubito che la signora ceolin sia stata probabilmente almeno in parte fraintesa. nessuno può essere davvero superficiale fino a questo punto.

ma tornando a bomba, mi ha fatto comunque riflettere sul lavoro che fanno gli assistenti di volo, su come sia cambiato nel corso dei decenni e su quanto siano diversi tra loro i criteri con cui le compagnie aeree di tutto il mondo valutano i loro dipendenti con le ali.

in inglese ormai il termine con cui vengono chiamati, uomini o donne che siano, è flight attendant, o crew (collettivo). persone di ambo i sessi che si occupano dei passeggeri durante il volo. per essere più precisi cito l’enac: “gli assistenti di volo sono membri dell’equipaggio, diversi dall’equipaggio di condotta, che svolgono, a bordo degli aeromobili impiegati nel servizio di trasporto pubblico passeggeri, funzioni legate alla sicurezza dei passeggeri stessi, assegnategli dall’operatore o dal comandante, nella cabina dell’aeromobile. si parla perciò tecnicamente di “equipaggio di cabina”.”

assistono e forniscono i primi soccorsi in caso di urgenza medica a bordo; utilizzano attrezzature di sicurezza e di salvataggio, e nell’eventualità di un’ emergenza, organizzano  la rapida e sicura evacuazione dei passeggeri; effettuano controlli di sicurezza a bordo prima e dopo il volo; infine effettuano il cosiddetto servizio di bordo, che permette di assistere i passeggeri durante il volo per ogni necessità, garantendo il miglior grado di comfort possibile.

una serie di incombenze e oneri che, se presi con la dovuta serietà, non sono certo da poco. una figura professionale che poco ha a che fare con lo stereotipo da film di serie z degli anni 70, belloccia, sorridente e facilmente rimorchiabile.

il fatto stesso che in italia si continui, accanto al poco usato “assistenti di volo”, a chiamarli hostess e steward, come quelli che alle cene di gala ti accompagnano al tuo posto prefissato a tavola, o ti consegnano la cartella stampa se vai a un convegno, contribuisce alla confusione sul loro mansionario e alla minimizzazione delle responsabilità di questi professionisti. e che i criteri che decidono il loro abbigliamento siano altri rispetto a “sobrio” e “comodo” mi sembra ridicolo. il solo pensiero che ci siano passeggeri che fanno caso alla lunghezza delle gonne del personale di bordo e si rammarichino se non sono corte abbastanza per evidenziare delle gambe da top model mi fa un effetto strauss-kahn indescrivibile :-)

capiamoci bene: quando sono a bordo di un 747 non mi importa se il personale di bordo è sexy.

mi importa che sia addestrato correttamente a livello di procedure  per prendere la situazione in mano se qualcosa va storto; a livello psicologico per rassicurare un passeggero che si senta male o che abbia una crisi di panico a causa del volo; che parli davvero alcune lingue straniere, non che si limiti a conoscere le sette frasi degli annunci standard da pronunciare al microfono.

per me possono indossare una 40 o una 44 o una 46. fintanto che in caso di emergenza riescono a passare dal portello dell’uscita di sicurezza, lo trovo irrilevante: mi importano di più altre cose.

per la cronaca, a bordo dei voli lufthansa (non è che mi pagano, è che prendo principalmente i loro voli e li conosco meglio) ci sono anche delle buzzicone tracagnotte, a volte anche in servizio in prima classe. ma, nel loro lavoro, inappuntabili.e non ho mai percepito insoddisfazione da parte di alcun passeggero se la lunghezza delle loro gambe o il loro giro fianchi non era da modella.

forse assumere giovanotte di bell’aspetto senza che abbiano necessariamente le adeguate competenze può essere economicamente vantaggioso, e odora un po’ di vecchio (ormai) berlusconismo, con il diktat che ai clienti va ammannita una poderosa dose di gnocca per farli contenti (e oltretutto costa di meno di quanto percepirebbe una persona con anni di esperienza, corsi e ricorsi di addestramento e fluency in diverse lingue).

forse è tutta questa corsa al low cost che contribuisce a falsare le nostre priorità e le nostre aspettative.

signore assistenti di volo di meridiana fly: sono con voi :-)

 

 

quattro personaggi, due topolini e due gnomi, vivono in una caverna, nella quale, in un ben preciso punto, c’è una grande scorta di formaggio di cui tutti loro si cibano.

col passare del tempo la scorta, seppur ingente, si assottiglia, fino a esaurirsi. le reazioni sono dissimili: chi si dispera e si lamenta, chi si ostina a continuare a cercare il formaggio nello stesso posto, con l’irrazionale speranza di ritrovarlo lì prima o poi.

lo gnomo ridolino si rende conto che affrontare il cambiamento è una delle opzioni: l’altra è soccombere. e quindi scrive sulla parete della caverna: “se non cambi, rischi di scomparire”.  si predispone mentalmente al mutamento che lo scenario gli impone, diventando così immediatamente più elastico, più creativo e più libero.

talmente libero da scrivere una seconda frase sulla parete: “che cosa faresti se non avessi paura?” sganciarsi dal bisogno di sicurezze lo rende paradossalmente più coraggioso e intraprendente. perdendo le vecchie certezze acquista autonomia e spirito d’azione. il cambiamento non è più la fine di qualcosa, ma l’inizio di qualcos’altro. non è la fine del formaggio, è l’inizio di un altro cibo…

negli ultimi tempi la situazione del mercato, dell’occupazione e dell’economia hanno riportato di frequente alla mia memoria questo minuscolo libriccino letto tanti anni fa. vedo diverse persone e diversi settori assumere atteggiamenti che mi ricordano più l’uno o l’altro dei personaggi. vorrei vedere più ridolino.

la settimana scorsa la kodak ha chiuso. la fabbrica che produceva i rullini di pellicola fotografica che ciascuno di noi ha adoperato in modo massiccio per anni e anni. della quale mai avremmo pensato di vedere un giorno l’ultimo giorno. eppure, pur con tutta la sua potenza, i suoi capitali e la sua diffusione…non è riuscita ad adattarsi ai cambiamenti che la tecnologia ha portato nelle nostre vite, pur essendo nella posizione di farlo, o almeno di tentarlo. man mano che le persone compravano macchine fotografiche digitali e il loro introito da rullini crollava, hanno continuato a voler cercare il loro formaggio dov’era chiaro che ormai non c’era più.

adesso l’industria delle multinazionali della musica e del cinema preme perchè vengano imposti limiti penalizzanti e sanzioni gravi a chi scarica contenuti da internet. continuano a non imparare la lezione.

invece di cavalcare il cambiamento e farsene promotori, vietano. bloccano. come se questo fosse mai servito a nulla. come se la kodak avesse fatto dichiarare illegali le compatte digitali.

se siamo disposti a vincere le nostre paure, e ad accettare che una percentuale di rischio fa parte della vita, allora saremo davvero liberi. o vogliamo tornare alle carrozze a cavalli?

quando ho letto un articolo che ricordava come siano passati cinque anni da quel 9 gennaio 2007, quando steve jobs a san francisco presentò il rivoluzionario telefonino della mela per la prima volta, sono rimasta di stucco. cinque anni? non è possibile. il mio iphone, o meglio, i miei iphone (1,2, 3, 3 e mezzo, 4…) e io stiamo insieme da più a lungo. diamine, molto più a lungo.

provo a concentrarmi e a recuperare la rimembranza di quale fosse il mio telefono prima che arrivasse lui. e improvvisamente, un barlume di ricordo: io che lancio un blecberri (con una piccola, trascurabile pecca, e cioè che non riceveva le chiamate) da una finestra di un albergo londinese. da allora passò circa un giorno e mezzo (il tempo tecnico per fare arrivare un iphone sulla mia scrivania), e l’amore era scoccato.

come tutte le coppie abbiamo avuto alti e bassi. a volte ci siamo capiti, altre meno. ci siamo sempre protetti a vicenda. io lo difendo con custodie invincibili, lui mi salva quando non mi ricordo dove ho parcheggiato la mia auto (mi ama anche se sono bionda, sì!) o se, in zona sconosciuta, mi punge vaghezza di cibarmi di qualcosa di tipico. scatta fotografie belle quanto una digitale di un certo pregio, e in totale silenzio mi aggiorna sui risultati della mia squadra quando sta giocando e io sono al ristorante. si trasforma in torcia elettrica se fa troppo buio e non ci vedo, e con due o tre semplici tocchi di touch screen mi dice a quanto corrisponde in inches il mio giro vita, per poter comprare dei jeans americani.

“per ogni cosa c’è una app”, recita il loro pay off. e in effetti è così.

l’iphone entra nella tua vita per permetterti di fare e ricevere chiamate, ma un giorno alla volta, piano piano, prende su di sè sempre nuove incombenze e ruoli imprevisti. e senza che tu te ne accorga, un bel giorno ti svegli e ti accorgi che non è nemmeno più un telefono. che è il tuo braccio destro. e che la vita senza…beh quantomeno diventa più complicata e necessita di maggiori strumenti.

nessuno avrà mai questa sensazione con un nokia, o con un blecberri (ammesso che il suo riceva le telefonate, a differenza del mio “defunto” su marylebone rd). il che forse spiega perchè i possessori di altri telefonini hanno sempre l’aria più stressata e meno contenta di chi invece tabàna sull’insostituibile touch screen del melafonino.

avete qualche app a cui siete particolarmente affezionati? vi va di dirmela???? :-)

chi è senza peccato scagli la prima pietra. se così fosse, sospetto che chiunque potrebbe aggirarsi per il mondo indisturbato, sicuramente senza temere di essere centrato da una croda sul naso.

perchè l’abbiamo visto e detto milioni di volte: la corruzione e la disonestà purtroppo esistono a tutti i livelli. anzi, probabilmente in una certa misura a permettere le delinquenze macroscopiche sono proprio le piccole, singole, meno vistose delinquenze che di per sè sarebbero anche meno gravi ma il cui peso aumenta in considerazione del fatto che preparano l’habitat necessario al sorgere delle prime.

senza contare che se sommiamo tutti i piccoli aumm-aumm del pianeta, beh, ci troviamo davanti a una catena montuosa di aumm-aumm che neanche l’himalaya.

non commettiamo l’errore di guardare sempre in alto, non quietiamo le nostre paure con l’indubbia distanza che ci separa da chi ha commesso ingiustizie su larga scala o di altissimo profilo. non è strettamente necessario abusare del proprio potere a fini personali per essere dei disonesti. non occorre essere madoff per essere degli imbroglioni.

è lo stesso principio che vale anche per il talento o le doti naturali:  non occorre essere che guevara per essere rivoluzionari. non serve arrivare ad essere frank sinatra per essere cantanti.  cantano perfino gli oasis e anche anna tatangelo (gigi d’alessio no, lui miagola).

ognuno di noi può essere rivoluzionario nel suo piccolo universo. ciascuno di noi può cantare per un suo pubblico, più allargato (anche tutta la famiglia) se non stona troppo, più facilmente solo il suo fedele cane se è un vero campanaccio.

resta il fatto che se ci dessero la famosa pietra in mano e ci dicessero di bersagliare madoff, o nicola cosentino, o un qualunque funzionario che mette la firma per far commercializzare prodotti tossici e favorisce un “amico” mettendo a repentaglio la pubblica salute, pochi potrebbero lanciarla a buon diritto. poi magari questi farabutti verrebbero (meritatamente) sommersi di pietre comunque ( alla brian di nazareth :-)   ) perchè per ognuno di noi le piccole manovrette, i mezzucci che ci portano un po’ di tornaconto…sono sempre veniali e di poco conto e non ci sembrano mai gravi come gli errori che commettono gli altri.

l’individualismo è una moneta con due lati: uno bello e scintillante, che porta ciascuno a cercare di realizzarsi e vivere le proprie aspirazioni. uno brutto e corroso, che ci rende sensibili solo a quello che ci tocca. e quindi aumentare le tasse sì, ma solo agli altri, e se le aumentate alla categoria di cui faccio parte scendo in piazza a protestare. i controlli fiscali sì ma a taormina non a cortina (zaia, zaia…ohiohi…).

tanto una giustificazione ce la troviamo sempre. “il canone rai non lo voglio pagare perchè i programmi fanno schifo e poi non guardo mai la televisione”. se ne possiedi una sei tenuto a pagarlo, che tu la accenda o meno. “sono costretto a evadere le tasse quanto posso perchè altrimenti non sto a galla”. le tasse sono mostruosamente alte per tutti proprio grazie a quelli che non le pagano. lo so che in realtà non sono le piccole elusioni del singolo povero cristo a creare il problema bensì le enormi, colossali evasioni di grandi gruppi e grandi patrimoni: ma il fatto che siano esistiti dei genocidi non rende il singolo omicidio meno grave. cominciamo a essere un po’ più onesti tutti.

dopo natale mio marito e io siamo andati quattro giorni alle terme in toscana: non uno di quegli stabilimenti di gran fama, alta moda e tariffe esorbitanti, ma un luogo carino, curato, con un buon rapporto prezzo/qualità. l’idea era stata di fede perchè tra novembre e dicembre avevo preso troppi mal di gola e sinusiti. “andiamo alle terme, dice, così ti fai le inalazioni e vedrai che non ti ammali più”.

sul sito delle terme ho visto che erano convenzionate col servizio sanitario nazionale. non per i massaggi e le cerette, ovvio, ma per tutte le terapie inalatorie sì. allora consulto il mio medico, il quale mi dice che non mi rilascia alcuna impegnativa dal momento che l’esenzione è riservata ai soggetti con gravi patologie croniche. e fin qui tutto normale.

all’arrivo alle terme, prima di poter accedere alle cure occorre fare un controllo medico. la dottoressa mi prescrive due tipi di inalazioni e poi mi chiede, “mi mostra, per cortesia, l’impegnativa del suo medico curante?” “non ce l’ho- ammetto io- non pensavo che fosse necessaria”. “non lo è, ma in questo caso lei dovrà pagarsi l’intero costo delle inalazioni” e io, ingenuamente, “sa, il mio medico mi ha detto che era un trattamento riservato solo ai cronici blablabla”.

la dottoressa fa una bella risatina e mi dice: “il suo medico è il più coscienzioso che ci sia capitato di vedere. qui tutte le persone che vengono a fare le cure arrivano con l’impegnativa. e le posso assicurare che la maggior parte sono meno cronici di lei”.

sono stata fiera del mio dottore. e sono stata fiera di aver inalato acque termali senza approfittare di diritti che non avevo.

godetevi i monty python!!!!

 

 

 

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